Riportiamo, qui di seguito, una discussione sulla nostra democrazia, avviata da un intervento di Cinzia Dato, scritto in preparazione della “Tre giorni di Acquasparta”, organizzata da Articolo 21 in difesa della democrazia.
LA DEMOCRAZIA NON È UNO SPETTACOLO PER IL PUBBLICO.
di Cinzia Dato
Siamo sicuri che Berlusconi voglia una Costituzione? E che si riconosca nel quadro di una democrazia costituzionale e rappresentativa e miri a rafforzarla?
Si impone prudenza nel mettere mano ad una sana e robusta Costituzione in una fase critica, in un periodo di turbolenze e cambiamenti, quando questa costituisce un sicuro corrimano per la vita democratica del paese. E si impone prudenza ad avviare una fase costituente con un Parlamento prodotto da una legge elettorale imbarazzante per tutti ma, sembra, irrinunciabile.
Per essere espliciti, voglio dichiarare che: non ho una visione statica della Carta costituzionale; sono consapevole del rapporto tra alcuni criteri di garanzia in essa contenuti e il sistema elettorale che dà vita alla maggioranza parlamentare e che è mutato (ma vorrei mutasse ancora); sono consapevole e partecipe del dibattito volto a modificare (modernizzare, secondo alcuni) la forma di governo e di Stato; sono consapevole del rapporto, a volte problematico, tra Costituzione materiale e formale (Costituzione madre o figlia delle leggi e delle prassi); sono consapevole delle nuove realtà sconosciute ai Costituenti, ma così cruciali nella riproduzione sociale e per il funzionamento della democrazia, e ritengo che principi di governance di Televisioni e Internet vadano probabilmente costituzionalizzati, nella coscienza della loro immensa valenza sociale. Malgrado ciò, voglio ,con Articolo 21, indire una grande manifestazione a difesa della Costituzione per dire: ALTOLA’!
Perché? Perché non mi lascia tranquilla l’idea di democrazia che anima il riformatore. E neanche la sua idea di Costituzione, (indebolita nelle sue istituzioni rappresentative e in quelle di garanzia) come la sua idea di partito ( estraneo a qualunque forma di organizzazione democratica), di Parlamento ( luogo per screditati famigli dove è meglio che a votare siano i soli capigruppo), di libertà di informazione, di libero mercato ( nel quale il Presidente monopolista non avrebbe probabilmente conosciuto le sue fortune economiche), di autorità garanti, di separazione dei poteri, di maggioranza, di giustizia e molto altro. Qual è la cultura politica della maggioranza odierna? Di quel Parlamento,potenziale Costituente, prodotto dal sistema elettorale rinnegato con abominio. Questo, assomiglia in qualcosa a quella Assemblea Costituente in cui De Gasperi lasciava i banchi del governo agli esponenti dell’opposizione?
Da questo Parlamento sono escluse le voci politiche di ampie parti della nostra società, una compressione giustificata con la governabilità, ma certo non accettabile per riscrivere le regole del sistema. Una grande iniziativa popolare potrebbe porre sul tavolo la questione del sistema elettorale. I partiti non lo faranno. Vorrei che i movimenti civici potessero supplire a questo silenzio sulla regola di fondo, quella che dal consenso dei cittadini porta alla formazione delle istituzioni. Una tale iniziativa potrebbe rafforzare la democrazia.
Mi interrogo su colui che avverte un più urgente bisogno di svolta costituzionale, oggi, tanto da riproporla a un Paese che poc’anzi gli ha detto “No.Grazie”; su colui che è disposto a forzare per regole non condivise, e non ritiene che nelle regole del gioco si debbano riconoscere tutti, anche solo per affrontare una partita a tresette; su colui che ha realizzato un presidenzialismo preterintenzionale (Sartori) e che, in modo esplicito, non ha esitato a forzare la Costituzione nel legiferare per sè; su colui che controlla grande parte dello spazio per il dibattito pubblico che il Paese deve affrontare per avviare una riforma delle regole fondamentali, de “le regole per le regole”, quelle che i cittadini devono interiorizzare, perché la democrazia ha bisogno di cultura, valori e pratiche, oltre che di regole formali. Ebbene! Costui, che idea ha della democrazia? Non vorrei che per lui la democrazia consistesse nella facoltà ,per il popolo, di scegliersi l’Egocrate, il dittatore mediatico, dopo avere ascoltato da lui “quel che si pensa di voler sentire” così come rilevato dalle tecniche del marketing.
Senza valori condivisi da tutti, non c’è democrazia. E vi pare che il clima civile e politico mostri, oggi, la necessaria serenità, maturità e apertura per affrontare una evoluzione del nostro sistema di regole condivise? Senza impegno culturale, senza la partecipazione dei corpi intermedi, con partiti deboli nella società, la democrazia non è affidata ai cittadini, ma alla folla. La Democrazia non è uno spettacolo per il pubblico. Se i cittadini non partecipano, non funziona e, come ricorda Bersani, la democrazia è stata inventata per decidere attraverso la partecipazione e non per partecipare a prescindere dalla decisione.
E se una democrazia elegge chi non crede nella democrazia? In questo caso c’è un sistema complesso, espresso con un corpo di regole primarie, fondamentali, che stabiliscono chi è autorizzato a prendere decisioni, entro quali limiti e con quali procedure, Per questo la democrazia differisce dalla forma di governo autocratico.
Le istituzioni nascono quando l’uomo scopre il male fuori e dentro di se, è stato detto, anche l’uomo governante. Le Costituzioni democratiche mettono un argine al potere dei governanti.
Il principio di maggioranza ,in democrazia, non è la legge della giungla , dove il più forte ha ragione. E’ un principio che si fa carico delle minoranze . Una maggioranza, anche effettiva, non può assumere decisioni che conculchino diritti democratici di alcuno ed è la Costituzione che assicura che non venga contrabbandato per governo del popolo quel che non lo è. Pasolini metteva in guardia:se la democrazia può essere l’arte di far credere al popolo di essere lui a comandare, l’Italia è il paese più ricco di arte.
Vogliamo intenderci con tutti i cittadini su cos’è una democrazia liberale e rappresentativa prima di toccare la Costituzione? E vogliamo confrontare questo con teorie e prassi del capo della maggioranza parlamentare, Presidente del Consiglio e impetuoso riformatore?
Si può temere, a volte, che ad animarlo non sia la visione riformatrice di un sistema politico democratico, ma che semplicemente, a lui, una Costituzione democratica dia sostanzialmente fastidio e non serva. Si può temere che il Presidente, la Costituzione, non la voglia. Che ,in essa, veda solo un ostacolo al proprio esercizio del potere. Perché è questa e non altra la funzione di una buona Carta.
C’è anche il non secondario problema della libertà di informazione, che è costitutiva della democrazia. Già Madison giudicava irragionevole dare potere al popolo privandolo dell’informazione senza la quale si danno gli abusi di potere. Un governo popolare, scriveva, quando il popolo non sia informato e non disponga di mezzi per acquisire informazioni, può essere solo il preludio a una farsa o una tragedia. Forse a entrambi.
E poi, il clima civile che regna nel paese non è tra i più evoluti, si affaccia la tentazione perenne dell’uomo primitivo di cui parlava Norberto Bobbio. L’egoismo, il particolarismo di interi partiti, la tentazione di ignorare che gli altri non sono solo i miei figli, ma tutti gli umani, e di far tacere la coscienza morale che unisce tutti. A volte, sull’evidenza della ragione ha la meglio l’oscurità dell’istinto, sul sapere scientifico, le superstizioni, sull’educazione civile, il fanatismo, “dalla classe sorge il classismo, dalla nazione il nazionalismo, dalla razza il razzismo” “Una democrazia che non sia il rivestimento formale di una società aperta, fondata sulla responsabilità individuale e il pluralismo è ingannevole”. E attualmente ,nel discorso pubblico italiano, vi sono aspetti che ci facciano sperare nella capacità di andare sempre più verso una società aperta ?
Io credo in altra Costituzione davvero urgente ,che non è solo quella europea, ma quella per la globalizzazione. Abbiamo bisogno di una concezione globale dei poteri pubblici e della società civile, dei diritti fondamentali e dell’affermazione globale del diritto di eguaglianza di tutti davanti alla legge, siano essi Stati, organizzazioni o individui.
Di questo dobbiamo parlare oggi, in Italia e non solo, e possiamo farlo a partire dalla nostra Grande Costituzione.
Cinzia Dato (21-12-2009)
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Enzo Strazzera
Condivido il messaggio di Cinzia Dato.
Ricambio gli Auguri per le Festività e per l’Anno Nuovo (ne abbiamo bisogno …)
Saluti,
Enzo Strazzera.
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Andrea Cabassi
Ho letto e riletto con grandisimo interesse l’intervento di Cinzia Dato perchè tocca nodi cruciali del nostro vivere civile e della nostra democrazia.
L’intervento si apre con una domanda che è la chiave di tutto: “Siamo sicuri che Berlusconi voglia una Costituzione?”. Rispondo seccamente al quesito: no!, Berlusconi non vuole una Costituzione e lo dimostra con tutti i suoi atti politici. Egli si ritiene super partes e tutte le leggi ad personam approvate non fanno che confermarlo. Per lui super- partes significa essere al di sopra della Legge, essere colui che comanda e non colui che governa. Non è vero quanto afferma quando dice che ha avuto una investitura popolare perchè, fino a prova contraria, siamo (o dovremmo essere) in una democrazia rappresentativa. Il punto è che assistiamo ad uno scivolamento da una democrazia rappresentativa ad una democrazia dello spettacolo al populismo propriamente detto. E’ questo slittamento che dobbiamo impedire e la nostra Costituzione è il baluardo che si oppone a tale slittamento.
Il che non significa che non vada aggiornata e condivido anch’io l’idea di una possibile costituzionalizzazione di Televisione e Internet. In un vecchio articolo su “Repubblica” di cui , purtroppo, non posso fornire gli estremi, ma che ricordo a memoria perchè mi aveva molto impressionato e sollecitato, Norberto Bobbio si poneva questo problema riflettendo su democrazia liberale e tripartizione dei poteri.
Credo che la Costituzione vada aggiornata, ma non riformata, soprattutto da partiti che la vorrebbero abrogare. Anzi, ritengo che essa vada dispiegata in tutte le sue potenzialità. Cosa che non è mai accaduta.
Vorrei fare, infine, una breve riflessione sulla democrazia dello spettacolo. Una dimostrazione di essa è stata l’aggressione subita da Berlusconi. Aggresione che è stata gestita come spettacolo (Quanto aveva visto giusto Guy Debord nel suo libro “La società dello spettacolo!)Non solo. L’aggressione mi ha ricordato le aggressioni subite da uomini lontani dalla politica come le star della musica e del cinema.
La democrazia dello spettacolo può facilmente trasformarsi in altro. Subito dopo i fatti di Milano abbiamo assistito ad un tentativo di normalizzazione dei social network, ad una criminalizzazione dei giornali di opposizione, è stata posta la fiducia sulla finanziaria. Una escalatione che mirava a far tacere le voci di dissenso e opposizione.
Porre continuamente la fiducia è snaturare il Parlamento. Non solo ci sono voci all’esterno del Parlamento che non trovano modo di esporre le loro tesi, ma, anche al suo interno, le voci vengono neutralizzate.
Oltre e al di là della democrazia dello spettacolo si aprono voragini che sono un vulnus talmente profondo per la democrazia liberale che mi domando quanto tempo ci vorrà prima che la ferita si cicatrizzi.
Condivido l’opinione di Cinzia Dato che prima di porre mano alla Costituzione bisogna intendersi su cosa sia una democrazia liberale. Ed, ancora, sono d’accordo con lei quando descrive il clima civile nel quale stiamo vivendo. Dobbiamo, amaramente, ricordare che la società civile, in Italia, non è, poi, così meglio della società politica e che non c’è solo Berlusconi. Ancora più insidioso c’è il berlusconismo.
Come Gobetti individuava nel fascismo l’autobiografia di un nazione, così si può individuare nel berlusconismo la versione aggiornata della autobiografia della nostra nazione. Ragione di più per difendere la Carta Costituzionale e per porsi il problema di una Costituzione che tenga conto della globalizzazione, della globalizzazione dei diritti fondamentali, dell’eguaglianza davanti alla legge.
Andrea Cabassi
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Maria Zaniboni
Ringrazio e condivido
Cordiali saluti e infiniti auguri
Maria Zaniboni
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Guido Martinotti
Caro Cassano, non ho la mail di Cinzia e quindi mando anche per lei a te i miei rinnovati auguri. D’accordissimo nel difendere la costituzione, figuriamoci, ma io sono molto pessimista perché come penso voglia dire Luigi, abbiamo perso molto molto tempo, soprattutto sul piano educativo, nella diffusione dei principi democratici e oggi il concetto stesso di democrazia va rivisto. Ovviamente c’è modo e modo: quello di Berlusconi lo conosciamo, ma il nostro quale è? E soprattutto quale è il giusto meccanismo di creazione del consenso in una società che non era information dense come oggi, ma information poor come ai tempi di Madison? Gli Stati Uniti se la sono cavata tutto sommato abbastanza bene, ma hanno saputo discutere di queste mutazioni in modo critico e intelligente fin dai tempi di Wright Mills. Eppure neanche lì si può più certo dire che il sistema sia come quello dei padri fondatori. Non dimentichiamo poi che la costituzione americana trova alcuni dei suoi punti di forza negli emendamenti e che la produzione normativa aggiornata tramite le corti e soprattutto la Corte Suprema (cosa che i pensatori della nostra maggioranza, baluba o stipendiati, mai dicono) è altrettanto imponente di quella del Parlamento. Anche da noi è stato in parte così , ma ora ci sono ulteriori mutazioni. Non leggo quasi mai i pezzi di Alberoni sul Corriere del Lunedì, per un periodo bisognava poi telefonare agli amici dello IULM per capire quale imbroglio accademico ci fosse dietro il moraleggiare in prima pagina, poi sono diventati spesso il contrario di quello che io penso sia il compito della sociologia, non lo svelamento dell’ideologico dietro al luogo comune, ma l’abbellimento del buon senso con parole diverse; però l’uomo è geniale e il pezzo di lunedì mi ha aiutato a capire qualcosa che cercavo di esprimere in un saggetto in un commento all’opera di Treves, che vi allego. Penso che Alberoni abbia ragione, la democratizzazione radicale delle informazioni e delle conoscenze fa saltare la catena razionalistica del pensiero democratico, savoir, pour prevoir, pour pouvoir. Berlusconi l’ha capito e ci offre la democrazia autoritaria manipolata. E noi? Certo dobbiamo resistere, ma dobbiamo anche offrire una alternativa plausibile, accettabile e funzionante che guardi al futuro oltre a difendere quello che c’è di buono nel nostro passato Auguroni a tutti_ tiremm innanz.
Guido Martinotti
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Anna Siracusano
Caro Gim, concordo con le considerazioni di Cinzia Dato; non credo infatti che riformare la Costituzione in queste circostanze porterebbe a qualcosa di buono.
A presto Anna
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Maurizio Giancola
Cara Cinzia,
anch’io ti ringrazio delle tue parole. Condividiamo le stesse valutazioni e gli stessi timori per l’assetto democratico e costituzionale del Paese. Il collegamento fra laici, liberali e socialisti (al di là e al di fuori di eventuali adesioni partitiche, io per esempio sono iscritto anche al PSI) deve aumentare sempre più, proprio per realizzare quella rete attiva di cui parli. L’azione che sta portando avanti Gim attraverso Alleanza lib-lab va a mio giudizio in quella direzione; il problema ora è vedere come posizionarci e soprattutto cosa fare dopo il fallimento di Sinistra e Libertà.
Anche a te auguri di buon 2010 e a presto
Maurizio
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Silvio Brienza
Solo per mia esclusiva informazione ho una domanda: Cinzia Dato dove si colloca attualmente da un punto di vista politico? le ultime notizie in mio possesso erano relative alla sua attività insieme a Angius e Grillini; difficile non concordare con il contenuto dell’articolo di Dato. grazie e saluti
Silvio Brienza
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Gim Cassano
“A proposito di democrazia: risposta a Cinzia Dato”.
In un recente ed interessante intervento, intitolato “La democrazia non è uno spettacolo per il pubblico”, apparso tra l’altro sul sito “Spazio Lib-Lab” (vedi pag. http://www.spazioliblab.it/?p=1826 ), Cinzia Dato esprime un punto di vista molto problematico sullo stato della democrazia italiana e sulla sua capacità di affrontare riforme di portata costituzionale. In sostanza, il suo ragionamento parte dal dubbio se sia o meno opportuno metter mano a riforme costituzionali in un momento in cui si ha il più che fondato sospetto (e, se è per questo, vi sono anche dichiarazioni del tutto esplicite in tal senso da parte della maggioranza e del suo capo tribù) che, più che di una ristrutturazione, si tratti di una demolizione.
Si badi bene che questo dubbio non deriva da una logica tesa a conservare rigidamente la forma di una Costituzione scritta in un periodo nel quale non esistevano TV, Internet, e quando le sfide ai principii di giustizia e di libertà erano ancora quelle di una società arcaica, in molte parti del Paese ancora precapitalista. Semmai, nasce dalla convinzione che, nell’attuale quadro politico, ma soprattutto culturale, il metter mano a pur se utili “riforme” della Carta vada ad aprire la porta allo snaturamento dell’impianto stesso della nostra Costituzione.
La grandezza di quella Costituzione (e di quegli uomini) fu nell’aver voluto e saputo affermare in termini generali, astratti in senso giuridico, così come le leggi devono essere astratte, ma con riferimenti precisi ai diversi aspetti del vivere civile, quei principii di libertà e giustizia in nome dei quali l’antifascismo aveva trovato la sua unità. Ed è stata proprio la generalità con la quale si seppe scrivere quei principii, a consentirne l’attualità e la capacità di operare anche in condizioni culturali, sociali, economiche ben diverse da quelle di un’Italia coperta dalle macerie della guerra.
L’altro aspetto sul quale la Costituzione della Repubblica ha mantenuta inalterata la sua attualità è quello dell’architettura istituzionale. Che si fonda, viste le precedenti esperienze, sul principio del bilanciamento dei poteri e sulle reciproche funzioni di controllo.
Il principio della pluralità, separazione e contrapposizione dei poteri, tipico delle democrazie anglosassoni, è stato recepito con grande estensione nella nostra Costituzione; in primo luogo per evitare la possibilità che l’esperienza fascista di asservimento dello Stato all’esecutivo avesse a ripetersi, e poi per ribadire i principii, non affrontati con chiarezza dallo Statuto Albertino, che chi rappresenta il Paese nella sua unità e nel suo insieme non governa, ma garantisce, e quello che chi giudica risponde alla legge e non allo Stato. Ma non solo per questo: era ben presente la volontà di evitare, in una Repubblica fondata sul concetto di popolo e della sua rappresentanza, il rischio che demagogia e populismo avessero ad affermarsi. E’ inutile stare ad elencare i molteplici aspetti di architettura istituzionale nei quali quei principii trovano la loro applicazione; ma, alla radice di tutto, si ritrova il concetto della rappresentanza popolare, dalla quale tutto discende, non espressa in forma populistica e diretta ma, appunto, rappresentativa.
Proprio quello che oggi è a rischio; e lascia molto poco tranquilli il fatto che la messa in discussione di questo principio sia ampiamente penetrata anche nella minoranza parlamentare (appunto, minoranza e non opposizione). Si verrebbe così a ribaltare quanto fu scritto su “The Federalist” da Hamilton, Jay e Madison circa due secoli fa: “il mezzo per preservare la libertà non consiste nell’indebolire l’esecutivo, ma nel rafforzare il potere residuo del popolo contro l’esecutivo”.
Infatti, la tendenza appare chiara: si è operato e si opera invece che per “rafforzare il potere residuo del popolo”, per ridurlo tre volte a finzione: mettendo in discussione il ruolo della sede in cui esso si esercita, il Parlamento; avendo fatto sì che questo sia comunque un luogo di nominati da forze politiche; e comunque lasciando senza alcuna rappresentanza politica una larghissima fascia dei cittadini.
E’ emersa così una impropria funzione istituzionale dei partiti politici, non governata da alcuna legge, non sottoposta ad alcun controllo (e neanche quello delle rispettive basi), che si arroga il diritto di stabilire da parte di chi e come vada costituita la premessa prima della democrazia rappresentativa, e cioè proprio la rappresentanza.
Per affermarla concretamente, il “Reform Act” del 1832 abolì i “borghi putridi” dalla rappresentanza alla Camera dei Comuni; nell’Italia di oggi, i partiti politici maggiori, nominando essi i rappresentanti, e grazie al combinato disposto delle soglie variabili in funzione dell’apparentamento di coalizione, stabiliscono se e come figure che siano espressione di un’idea, di una formazione politica, di un territorio, possano o meno esser presenti in Parlamento, sopprimendo la misura del grado di rappresentatività, che è il primo diritto-dovere dei cittadini-elettori, e che solo a loro spetta: l’unico criterio è quello dell’acquiescenza.
Nel dibattito che oggi viene condotto al riguardo, i partiti di minoranza agiscono sulla difensiva, quando non come complici: la loro massima ambizione, quando pure è presente, è quella assicurarsi la sopravvivenza, cercando di limitare i danni, adeguandosi ad un quadro di riferimento culturale che è quello della Destra. Per sua intrinseca natura, la democrazia è più esposta ai pericoli derivanti da chi la sostiene timidamente che dagli attacchi di chi apertamente la contesta. Ed una democrazia che non sia in grado di produrre una classe dirigente, senza che questa abbia a trasformarsi in casta, è destinata alla sconfitta.
Scrivere o modificare sostanzialmente una Carta Costituzionale richiede una forte tensione morale e culturale, quale vi fu negli anni in cui la Costituzione Italiana fu scritta. Oggi, vien da ridere (o da piangere) ad immaginare a quali concezioni possa ispirarsi, maggioranza e minoranza consenzienti, una modifica costituzionale portata avanti da forze politiche e rappresentanze parlamentari che contraddicono in se stesse l’essenza stessa della democrazia, autoriproducendosi per autoclonazione ed al di fuori di ogni possibilità di intervento degli iscritti o degli elettori.
La Costituzione della Repubblica, che l’attuale presidente del consiglio, autoproclamatosi capo del governo, ha definito come “comunista”, fu scritta sulle macerie e sulle lapidi della guerra, come risultato di una straordinaria tensione civile e morale, quale poi si manifestò nella discussione alla Costituente; una sua riscrittura oggi, non preceduta da un grande dibattito attraversante tutto il Paese, sarebbe destinata a registrare gli aspetti più deteriori di quella Costituzione materiale che in molti aspetti ha soppiantato quella scritta. E’ quanto meno problematico l’immaginare che questo dibattito possa aver avvio negli attuali partiti politici (ed in particolare nei due maggiori). Occorre che dalle tante Associazioni, Circoli, movimenti di opinione, che rappresentano la parte più vitale e vivace del Paese, parta una discussione al riguardo, fondata sull’idea di democrazia e di società aperta.
Sarebbe ora di cominciare. Cinzia Dato ha gettato un sasso nello stagno: speriamo che altri ne seguano.
Gim Cassano (20-01-2010)
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Roberta Lucarelli
“A proposito di democrazia: l’impropria funzione istituzionale dei partiti”.
Riprendo un accenno di questo intervento all’impropria funzione istituzionale dei partiti politici in Italia. Credo che prima ancora dell’attacco alla separazione dei poteri, il pericolo per la democrazia in Italia derivi dal ruolo che i partiti hanno assunto, un pericolo ignorato anche dall’opposizione, per ovvi motivi.
Riferendosi ad un paese socialista si parla di nazionalizzazioni, di controllo dell’economia da parte dello stato, di ingerenza statale.
A me sembra che in quei paesi non sia lo stato a controllare l’economia e la societa’, ma il partito, semplicemente perche’ lo stato e’ stato eliminato, e delle istituzioni resta solo un simulacro (si tengono elezioni, c’e’ un’assemblea legislativa, un governo, dei giudici).
In Italia, poiche’ di partiti ne abbiamo non uno, ma una moltitudine, il gioco e’ complicato dalla rete di alleanze e dalle occasionali rivalita’, ma le decisioni si prendono nelle segreterie. Non siamo un caso isolato, ma assomigliamo piu’ ai paese del socialismo reale che alle democrazie liberali.
In teoria il ruolo dei partiti e’ quello cinghia di trasmissione tra la societa’ civile e le istituzioni. Nella realta’ i partiti hanno formato un sistema di potere parallelo, del tutto indifferente alla societa’ civile, che e’ vista solo come fonte di finanziamento non piu’ volontario ma preteso come dovuto, trasformato in tassa. Hanno occupato le istituzioni, deformato i meccanismi di mercato, inquinato la pubblica amministrazione in tutte le sue ramificazioni (la spesa pubblica cresce per i costi diretti o indiretti, non quelli della PA in se’).
Il Paese e’ interamente privatizzato da una casta che dialoga solo al suo interno. Il popolo, sempre evocato specialmente dalla Lega che ha iniziato il suo percorso come movimento alternativo alla vecchia politica, si e’ espresso chiaramente sui partiti politici: chiedendo l’eliminazione del finanziamento pubblico e di quella che era diventata l’”impunita” parlamentare. Queste tassative indicazioni sono state aggirate e ignorate. Castelli ha affermato che senza il prelievo forzato dalle tasche dei cittadini solo i ricchi potrebbero fare politica. Sublime, detto dall’alleato del bilionario. D’Alema e’ convinto che i problemi del PD derivino dalla sua eccessita fluidita’, dal non essere abbastanza “partito”. Non lo sfiora il sospetto che forse proprio i partiti possano essere il problema.
L’esempio socialista non lascia molte speranze: se un sistema parassitario ha resistito cosi’ a lungo in paesi in via di sviluppo, da noi il banchetto puo’ durare all’infinito.
Concordo quindi pienamente sulla inutilita’ di invocare ogni giorno la riforma della Costituzione; anche questo compito spetta, infatti, ai partiti, e che tipo di riforma possiamo aspettarci?
La democrazia sostanziale e’ gravemente compromessa, i partiti sono sotto “crack” e occorre che qualcuno si risvegli dalla sbronza decidendo di rappresentare chi da decenni non lo e’ piu’: i lavoratori dipendenti che negli anni ‘80 hanno rinunciato alla scala mobile per salvaguardare i posti di lavoro, i piccoli imprenditori che hanno scelto di produrre invece di speculare, quelli che non hanno lasciato l’universita’ per buttarsi in politica, i fessi insomma.
Roberta Lucarelli (21-01-2010)
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Mario Spezia
L’intervento di Gim Cassano (anche ripreso nella odierna newsletter dell”associazione piacentina Libertà e Responsabilità presieduta dal’amico Carlo Annoni) a seguito di un articolo di Cinzia Dato, apparso sul sito “Spazio Lib-Lab”, porta tutti noi, animati dalla voglia di prendere parte attivamente alla vita sociale del nostra Paese e delle nostre comunità, a riflettere su quello che si sta delineando e costruendo per il futuro.
Il nostro impegno politico, sempre più distratto dai problemi locali e dalle continue sfide elettorali, non può non essere primariamente finalizzato al continuo e costante mantenimento della democrazia, della libertà (in tutte le sue espressioni) e della giustizia, così come ci hanno trasmesso i nostri padri attraverso la guerra di Liberazione.
Sembrerà anacronistico richiamare ciò, ma, come ci ha insegnato la storia, tutti questi valori non si perpetuano da soli ma vanno continuamente riaffermati e rinvigoriti.
E ciò lo si può fare innanzitutto attraverso le regole fondamentali dello Stato che, di conseguenza, determinano poi la prassi conseguente.
Per cui, come ci richiamano molto propriamente gli articoli che vi propongo, l’attenzione massima va riposta nella Carta Costituzionale e nel delicato meccanismo di compensazione dei pesi e delle misure tra le varie Istituzioni ed i vari poteri dello Stato. Mettere mano con troppa semplicità ed approssimazione, sotto la spinta demolitrice di Berlusconi, a queste regole significa correre rischi molto seri per il futuro della democrazia.
Democrazia, come viene ben spiegato, già in seria difficoltà oggi sotto la spinta di un Parlamento eletto su indicazione dei partiti e senza una vera e propria scelta popolare.
Grande attenzione viene richiamata su questo sistema in cui i deputati ed i senatori vengono “nominati” dalla classe dirigente dei partiti e quindi ne è asservita come non mai. Se ragioniamo poi sul fatto che l’unico partito che, nonostante tutti i problemi e le discussioni, è, nel suo interno, veramente democratico e partecipativo, è il nostro Partito Democratico (mentre tutti gli altri, compresi anche alcuni baldanzosi nostri alleati sono governati monocraticamente dal leader indiscusso) possiamo ben renderci conto che, come non mai dai tempi del fascismo, poche persone governano il Paese.
Credo che in questi due interventi che vi propongo ci sia molto del nostro modo di fare politica (e quindi dei motivi per cui molti di noi stanno nel centrosinistra e nel PD) e del perché ci impegniamo in questa attività del sociale così poco apprezzata e gratificante; e, nello stesso, vi sia, di conseguenza (tra l’altro proprio in questi giorni in cui andiamo a designare i nostri rappresentanti per la competizione Regionale che, non dimentichiamolo è, assieme al Parlamento, l’unico altro organismo legislativo), anche lo spunto per scegliere e designare le caratteristiche della nostra classe dirigente più rappresentativa.
Mario Spezia
Sergio Sammartino
Prendendo spunto dall’ottimo articolo di Cinzia Dato (“La democrazia non è uno spettacolo per il pubblico”), vorrei esprimere alcune, non scontate e forse “non corrette”, riflessioni.
Plaudo alla splendida chiarezza con cui Cinzia Dato descrive il compito di una Costituzione (quello di ovviare al caso in cui “una democrazia elegge chi non crede nella democrazia”, mediante “un sistema complesso, espresso con un corpo di regole primarie, fondamentali, che stabiliscono chi è autorizzato a prendere decisioni, entro quali limiti e con quali procedure”). E concordo in pieno con la tesi centrale: questo è momento tutt’altro che utile ad un “ritocco” della Costituzione.
Tuttavia nelle motivazioni dell’autrice, trovo più d’un motivo di difficoltà e di malinconia.
Diamo pure per probabile che l’attuale Presidente del Consiglio – che spinge da tempo per delle riforme costituzionali – abbia un’idea di Costituzione “indebolita nelle sue istituzioni rappresentative e in quelle di garanzia”, e che questa idea sia simile alla sua “idea di partito (estraneo a qualunque forma di organizzazione democratica)”. Diamo per probabile che “per lui la democrazia consista nella facoltà, per il popolo, di scegliersi l’ Egocrate, il dittatore mediatico, dopo aver ascoltato da lui quel che ‘si pensa di voler sentire’, così come rilevato dalle tecniche del marketing”.
Il lato più triste dell’analisi, comunque, mi pare contenuto in certe proposizioni, che in realtà costituirebbero le migliori (o meglio le peggiori) risposte agli stessi quesiti che l’Autrice propone. Leggiamo infatti: “…è la Costituzione che assicura che non venga contrabbandato per governo di popolo quel che non lo è”; e più in là: “Vogliamo intenderci con tutti i cittadini (corsivo mio) su cos’è una democrazia liberale e rappresentativa, prima di toccare la Costituzione?”.
Col primo assunto, entriamo nell’area pericolosa dei grandi Astratti. Una Costituzione scritta dal “popolo” (e questa, direbbe Pasolini, è già un’astrazione) del 1946 può non essere più consona e gradita agli Italiani del 2010, che sono – biologicamente e mentalmente – un’altro popolo. Ed è forse bene che io dica che personalmente sono platonicamente amico delle astrazioni e persino degli Assoluti (cosa assai fuori moda). Ma in questo tema preferisco fare l’avvocato del diavolo, e prevedere le obbiezioni che possono sempre venire da quella fangosa corrente del relativismo e del Pensiero Debole che gronda – ad esempio - da certi talk show con la Parietti e compagni.
Del resto, che gli astratti siano comunque pericolosi lo dimostra proprio il fatto che, nella Storia, se ne sono spesso appropriati i nemici della democrazia. I franchisti insorsero contro la repubblica democratica di Spagna, in nome della “Volontà Nazionale”, la quale, evidentemente, non si identificava con la maggioranza dei voti espressi alle elezioni. Il “governo del popolo” , citato nella suddetta frase di Cinzia Dato, rischia di avere la stessa dubbia e aleatoria funzione, poiché l’autrice, ovviamente, nega che esso possa identificarsi con la attuale maggioranza dei voti, che può essere transitoria e che, quindi, deve essere “corretta”, a volte addirittura contraddetta da una Norma che stabilisca, appunto, il “vero” governo del popolo. Quanto poi all’intendersi “con tutti i cittadini” su cosa sia una democrazia…” magari fosse possibile!
Avendo la fortuna di conoscere Cinzia Dato personalmente, non ho alcuna difficoltà a credere che ella sia persona onesta come poche, e come poche sinceramente fiduciosa negli ideali democratici. Ma l’umanità che osservo da troppi decenni e le riflessioni che ne inferisco, mi rendono meno ottimista.
I cittadini, cara Cinzia, non sono quelli disegnati nelle idealizzazioni di David. Il cittadino – il popolo sovrano – è quello che, appunto, viene oramai formato dai talk show del pomeriggio, in cui basta affermare una sciocchezza un centinaio di volte affinché la “ggente” cominci a sentire che è cosa buona e giusta. I cittadini sono quelli che bocciano un sindaco che tiene all’estetica del loro borgo e lo sostituiscono con chi promette loro di lasciarli liberi di mettere persiane dorate sui palazzetti del ‘400.
Sfiducia nella democrazia, la mia? Se così fosse mi legherei ad una folta schiera di grandi filosofi che – fino al Novecento – furono tutti antidemocratici con la spontaneità di chi sente che questo è quasi un dovere degli intelletti elevati.
Ma poiché amo le verità spietate, mi limito a constatare che anche la democrazia ha fallito. Le sue promesse, così come furono formulate da certi arditi pensatori del ‘700 e del ’800 (Tocqueville in primis, che la Dato cita indirettamente) non sono state mantenute. Da Robespierre in poi, si disse che la democrazia avrebbe annientato la corruzione. Si è centuplicata. Che avrebbe fatto sparire l’istinto di sopraffazione e la sete di potere …hai voglia! Che avrebbe sradicato la tirannia: se prima c’era un tiranno oggi ce ne sono migliaia; tanti banali consiglieri comunali di provincia cedono alla tentazione di ricattare qualcuno con la propria possibilità di arrecargli fastidi… “Il Popolo Giudice farà piazza pulita di tutti i vizi!”, gridavano i Giacobini a me tanto cari. Ahimé, quel popolo, i vizi, a volte li tollera di buon grado, a volte li ammira, spesso ci si riconosce.
Non è cambiato lo spirito dell’uomo. E quindi non cambiano i risultati, quale che sia la forma di governo che si sceglie.
Del resto tutte le epoche hanno creduto di aver raggiunto la miglior forma politica possibile, ma poi si è dovuto andare oltre. Perché la nostra epoca dovrebbe fare eccezione?
Ci diciamo un’altra verità spietata? Quanti politici, alla democrazia, credono veramente? Mostrano di non crederci ogni volta che – anziché cercare il consenso facendo “bene” - cercano di conquistare “territorio” piazzando nei posti chiave i propri luogotenenti, con tutta la marea di sprechi (contratti, consulenze, assemblee inutili…) che si producono, nella periferia come al centro. Mostrano di non crederci ogni volta che, ammiccanti, discutono delle forme migliori per attirare voti: e studiano le frasi, le verità da celare, le bugie da ventilare; spesso con un linguaggio beffardo che la dice lunga su quanto poco rispettino e onorino i cittadini che essi invitano a votarli, talché si potrebbe dire – a sentir loro – che “la democrazia è l’arte di infinocchiare il popolo”. Mostrano di non crederci, ogni volta che fanno promesse che non possono mantenere: sanno che i cittadini non li voterebbero se prospettassero sgradevoli verità. Mostrano di non crederci quando rincorrono – ormai con discreto grado di scientificità – il potere dell’immagine: sanno che l’uomo del Bar dello Sport è più pronto a votare per un bello sguardo che per un’ onesta e retta carriera, o per delle idee coerenti. E , naturalmente, mostrano di non crederci, quando ricorrono al marketing, come la Dato nota. Perché non cercano più di istruire il popolo su verità più alte, per convincerlo a certi progressi: si limitano a sapere ciò che già diffusamente si pensa, per ricalcare il pensiero diffuso e trarne consensi. Magari mentendo, persino a se stessi.
L’esplodere della civiltà mediatica, che Cinzia Dato affronta solo en passant nel suo articolo, è in realtà il fenomeno rivelatore di un’era intera che – a mio avviso – si avvia alla conclusione: i grandi mezzi di comunicazione non fanno “formazione”; si adeguano semplicemente a leggi di mercato, e – casomai - cercano di indirizzare il pensiero verso gli “acquisti”. Acquisti di manufatti, come di idee. E qui le mie constatazioni si fanno cupe, perché io ricordo la mia adolescenza, quando nei dibattiti televisivi parlavano filosofi come Sergio Cotta, politologi come Lelio Basso, storici come Carlo Jemolo e Gaetano Arfé, testimoni epici come Terracini o Nenni, scienziati come Medi, e tutta una serie di cervelloni che avevano allora il compito di “formare” la conoscenza degli Italiani. Oggi, la dilatazione infame della quantità del prodotto televisivo, e l’allungamento totalizzante della sua emissione, forzano le televisioni – impazzite per la corsa alla concorrenza - a riempire ogni singolo buco temporale. Ne segue che la “formazione” delle menti è affidata a personaggi – sempre gli stessi - di nessuna o di scarsissima competenza: attrici fallite, direttrici di giornali scandalistici, stilisti eccentrici, musicanti ignoranti, e via intristendo. E, ci piaccia o meno, queste persone riescono a “convincere” chi ascolta di una serie di sciocchezze e di superficialità. Nel caso migliore inducono alla fuga dall’osservazione (e quindi dal confronto) gli elementi intellettualmente e culturalmente più dotati.
Intanto, gli stessi partiti (non solo quello di Berlusconi) diventano neutri contenitori per gruppi di potere, non più fucine delle idee (si legga il mio articolo “Il Nulla come collante”, sull’Avanti del 25 aprile 2009 o sul blog www.difesadellalingua.wordpress.com). E in essi la dissidenza viene isolata e penalizzata. Il fenomeno era già stato analizzato da Raymond Aron nell’America degli anni ’60. Ora si sviluppa nell’ Europa, da sempre più ferrata e quindi “rigida” in cultura politica e storica.
Non a caso, Cinzia Dato cita Madison, che “giudicava irragionevole dare potere al popolo privandolo dell’informazione…” Quell’ informazione, il “popolo” non l’ha mai veramente voluta o potuta avere. Non a caso, tutti noi abbiamo spesso veduto eleggere a furor di popolo anche degli autentici farabutti o degli ignorantoni patentati.
Di che stupirci? Lo stesso Rousseau, che fu uno dei profeti della democrazia moderna, concluse il suo Contrat con la desolante sentenza, che la democrazia era buona… “per un popolo di dei”.
E Churchill, che pure mai vi avrebbe rinunciato, la lapidò con la cinica frase: “E’ quel sistema che funziona quando le idee di pochi favoriscono gli interessi dei pochi che contano”.
Sergio Sammartino

