La Costituzione Italiana ha 60 anni; il Trattato di Roma è in vigore da 50 anni. Ma l’Italia è governata oggi da forze politiche che non nascondono la distanza dai principii cui l’una e l’altro sono stati ispirati, e che ancormeno celano estraneità e fastidio nei confronti dei processi culturali e politici dai quali sono scaturiti i documenti fondativi della democrazia italiana. Per contro, l’attuale minoranza parlamentare è costituita quasi per intero da un partito che, malgrado il suo nome, non pone al centro dei propri comportamenti la difesa della democrazia e delle sue Istituzioni e lo sviluppo delle condizioni morali, culturali e politiche che ne consentano il funzionamento.
Da tempo, nella società italiana si affiancano frammentazione ed immobilismo, sostenuti da ampie sacche di protezione, sovente parassitaria; la vitalità dell’economia è venuta meno, ed oggi una crisi globale, pur non essendone la causa, amplifica gli effetti della stagnazione; sono rimaste irrisolte, ed in molti casi nemmeno prese in esame, le questioni che segnano distanze crescenti tra il nostro Paese e le grandi democrazie, testimoniate da decine di indicatori sociali ed economici: la scarsa mobilità sociale, le crescenti disparità ed ingiustizie nella distribuzione del reddito e della ricchezza, la carente competività dell’economia, il carico fiscale eccessivo ed iniquo al tempo stesso, il balzello che privatizzazioni senza mercato e senza concorrenza hanno imposto ai redditi delle famiglie ed ai conti delle imprese, ed alle piccole in modo particolare, la scarsa coscienza civile ed una endemica corruzione materiale e morale, il diritto ad informare e ad informarsi negato o distorto, e da ultimo un sistema politico chiuso ed oligarchico, ma non per questo capace di affrontare i problemi. In intere regioni la criminalità organizzata soffoca lo sviluppo economico e civile, e penetra sino a pervadere e colludere ampi settori di una politica che ne adotta sovente metodi e stili, ed il voto di scambio diventa l’unica mazzetta che gli strati più deboli possano pagare al potente di turno; una burocrazia soffocante paralizza le scelte e rende difficile la vita a cittadini ed imprese; scuola, sanità, giustizia si rivelano sempre più apertamente ambiti di negazione del merito e di disparità di diritti tra chi può e chi non può. Un’opinione pubblica volutamente addormentata nel sonno del conformismo televisivo è stata sviata, nella generale distrazione, a ritorcere le proprie insicurezze contro l’apertura della società e dell’economia: democrazia, costruzione europea, mercato, immigrazione, diversità sono diventati così gli avversari cui la destra e, ormai, molti italiani imputano il disagio sociale. La concezione liberale della laicità dello Stato e delle sue Istituzioni è oramai un ricordo di altri tempi.
La sinistra, ridottasi dopo il dissolvimento del PSI, per un verso ai fautori dell’antagonismo “di lotta e di governo” come metodo di lavoro politico, e per l’altro a coloro che ancora una volta cercavano nel rapporto con i postdemocristiani la strada verso un riformismo debole e non innovativo che, omettendo di fare i conti con la liberaldemocrazia e con un socialismo di stampo laburista, consentisse di preservare le egemonie tradizionali, non è stata capace, nell’una e nell’altra espressione, di interpretare e dare risposte ai fattori di disagio e di arretratezza della società italiana. Ciò avrebbe comportato la presa d’atto di scomode verità e la messa in discussione di parole d’ordine, stereotipi, ed atteggiamenti culturali, che peraltro non erano più sentiti come propri da larga parte di quelli stessi settori di società all’interno dei quali la sinistra ha sempre costruito il suo radicamento.
Gli uni hanno pensato di poter conquistare “da sinistra” l’area sociale del tradizionale operaismo che, sempre più debole numericamente, ha anche da molto tempo modificato i propri atteggiamenti culturali. Sono così risultati incapaci di guardare ad un mondo ed a realtà locali in profonda trasformazione, lontani da quegli stessi ambienti che ritenevano di rappresentare e, dopo aver più di una volta messo in difficoltà il governo di centro-sinistra, sono anche apparsi incoerenti come oppositori della destra e del berlusconismo.
Gli altri hanno ritenuto di diluire le proprie difficoltà in un tentativo di mediazione con gli eredi della DC rivolto all’esercizio tecnocratico del potere, nel presupposto illusorio che l’antico radicamento del PCI, effetto di realtà sociali e culturali del tutto diverse da quelle che nel Paese si sono andate manifestando nel corso degli anni, e frutto di notevoli capacità di governo locale, potesse restare inalterato, quasi si fosse trattato di un patrimonio non soggetto a svalutazione e trasferibile ovunque, prescindendo dalla necessità di costruire il consenso su risposte politiche e complessive alle esigenze reali che si manifestano nel Paese.
Mentre, a partire dall’estate 2006, la sinistra cosiddetta radicale discuteva sull’inevitabile fine di un berlusconismo cui 24.000 voti avevano fortunosamente strappato il potere, sottovalutando il blocco sociale economico e politico che si stava consolidando, e considerava così giunto il momento per “equilibri più avanzati”, e mentre DS e Margherita erano impegnati nella “folie à deux” di spiegare al mondo intero come il nascente PD rappresentasse l’unica vera ed autentica novità, da proporre come un modello sulla scena politica europea, molto più concretamente il Paese andava progressivamente percependo l’insieme delle forze che componevano la vecchia maggioranza come inguaribilmente legato al burocratismo, al fiscalismo, alla lontananza dal vissuto quotidiano e dai problemi della gente e del territorio.
Un PD incapace di definire un’identità ed una proposta politica chiare ha ritenuto (e viene il dubbio che, al punto cui erano giunte le cose, non avesse altra scelta) di proporre un generico nuovismo nel suo farsi e nella visione del sistema politico, tentando di raccogliere l’evidente insoddisfazione dell’opinione pubblica nei confronti di una politica inconcludente. Ma le scelte del PD hanno evidenziato convinzioni e risorse culturali e politiche antitetiche a quelle necessarie a difendere e consolidare, nella politica e nella società, una moderna democrazia.
Tali convinzioni e risorse non sembrano essere nella disponibilità di un partito che ha apertamente e convintamente seguito nelle vicende interne una strada leaderistica ed autoritaria e che, mentre avviava la costruzione di una forma-partito antidemocratica, mirava nei rapporti esterni all’eliminazione di ogni possibile concorrente nella propria area di influenza ed a autoaccreditarsi come unico interlocutore del leader della destra, piuttosto che come forza di progresso, alternativa e competitiva. Anche in ciò, si sono rivelati i limiti entro i quali si è andato costruendo il PD: in esso si sono incontrate (ed hanno trovato rappresentanza quasi esclusiva) vocazioni tecnocratiche ispirate da aree politiche e culturali non propense all’incontro ed al confronto con quel liberalismo e quel socialismo laburista, che hanno invece improntato il progresso delle democrazie europee.
Il PD, nell’illusione di poter controllare il consolidarsi della destra e di riuscire in un qualche modo ad orientarne gli indirizzi, ha volutamente messo la sordina su tutto ciò che avrebbe potuto suonare come una sfida a Berlusconi, trascurando quanto una cultura ed un modo d’essere laico, liberale, laburista, europeo avrebbe invece reso necessario evidenziare; liberalizzazioni, conflitti d’interessi, leggi ad personam, informazione, funzionamento della democrazia, laicità, diritti, sono così stati i grandi assenti di questa campagna elettorale, e non verranno certo tardivamente riesumati dal governo delle ombre.
Agli elettori, oltre che il diritto di scegliere i propri rappresentanti, è stato così anche sottratto il diritto di scegliere tra concezioni e proposte alternative della vita politica, delle istituzioni, della società, dei diritti individuali. I risultati che logicamente sono seguiti a questa scelta, amplificati poi dal voto romano e da quello siciliano, dimostrano quanto sia stata rinunciataria e perdente: si è aggiunto al danno prevedibile della sconfitta elettorale quello di aver coscientemente abbandonato un Paese privo di alternative nelle mani dell’egemonia culturale e politica di una destra che, quasi senza bisogno di lottare, ha vinto la propria battaglia. La convergenza di interessi particolari, ma non per questo meno reali e meno concretamente percepiti, con gli atteggiamenti culturali di ostilità nei confronti della democrazia e delle sue regole, con il mito del “capo”, con la chiusura ed il conservatorismo valoriale e culturale, con l’identificazione del diverso come avversario, col mito della cittadella da difendere dai barbari, ed il loro collegarsi con l’affermazione di comportamenti politici istintuali ed irrazionali, ha fatto sì che la destra italiana sia riuscita, per la prima volta dal 1922, a collegare radicamento sociale, ideologia, ed espressione politica.
Oggi, il PD si sveglia bruscamente dal sogno che lo ha condotto a cercare per un verso l’egemonia all’interno della propria area di riferimento, e per all’altro l’interlocuzione esclusiva col cavaliere, e si stupisce, incredibilmente, del fatto che il vincitore delle elezioni del 14 Aprile, che per anni ha apertamente manifestato e praticato la propria avversione verso lo Stato di Diritto e verso le forme politiche della liberaldemocrazia, non esiti a sostenere la concezione monocratica e personale di un esecutivo legittimato dal voto popolare, e per ciò sottratto alla giurisdizione ed alle forme di controllo e di bilanciamento di poteri della democrazia rappresentativa. E, se a qualcuno ciò non fosse sufficientemente chiaro, è bastata la irrituale lettura nell’Aula del Senato di un testo nel quale un imputato, ancorché presidente del consiglio, ha annunciato e sostenuto la propria condotta processuale, ed attaccato un magistrato (cosa che come imputato può fare, ma non come capo del governo), mescolando in un minestrone unico e nauseante fatti privati e leggi dello Stato.
La destra di oggi si manifesta con caratteri profondamente diversi da quelli del 2001: essa non è più riducibile al “berlusconismo” come unico tratto che la caratterizzi, ed ha conquistato non solo consenso elettorale, ma un effettivo radicamento sociale che è arrivato ad interessare, insieme alla larghissima maggioranza dei ceti medi, anche vaste fasce popolari, soprattutto nelle aree leghiste. E, soprattutto, la destra del 2008 appare in possesso di un’ideologia e di una visione omogenea sul modo di intervenire sulla politica, sull’economia e sulla società; e sarebbe un errore considerarne il linguaggio approssimativo e grossolano come indice di una carente capacità di visione politica.
E’ riuscita a far penetrare in larga parte dell’opinione pubblica, grazie anche al non marginale aiuto del PD, l’idea di una democrazia simulata, nella quale i partiti politici non siano strumenti di partecipazione e di selezione e ricambio della rappresentanza politica, ma operino, privi di democrazia interna, per perpetuare l’autoriproduzione della dirigenza; e soprattutto, è stata diffusa l’idea che un bipolarismo tendenzialmente bipartitico e non competitivo sia necessario al buon governo del Paese.
E’ stata fatta passare l’idea che l’informazione possa e debba essere imbavagliata, e che un monopolio televisivo costruito in violazione di leggi dello Stato e di diritti altrui possa essere mantenuto beffandosi di quanto impostoci dalla Corte di Giustizia Europea. Ed è passata l’idea che la sicurezza e la tranquillità sociale degli italiani si difendano attraverso il razzismo e la negazione di diritti alle diversità, siano esse religiose, culturali, di scelte e stili di vita, anziché con il primato di una legge eguale per tutti ed egualmente fatta rispettare, diffondendo così la cultura delle legislazioni speciali, e non quella dei diritti-doveri di tutti.
In questo clima, e grazie a questo clima, una destra che ha riunito in sé tratti provinciali, clericali, ed eversivi della concezione liberale dello Stato di Diritto, è riuscita a costruire, nella disattenzione e nella distrazione generale, la sua vittoria, più solida, profonda, radicata e completa di quella del 2001.
Per la prima volta nella storia dello Stato Unitario, e senza che ne siano seguite reazioni scandalizzate, un Presidente del Consiglio si presenta dapprima all’assemblea degli industriali, e poi al romano pontefice, a dire agli uni che il loro è il suo programma, ed all’altro che si è d’accordo su tutto: neanche Salandra, Mussolini, e la peggiore DC sono mai arrivati a tanto.
Ma, a differenziare la destra del 2008 da quella del 2001, interviene il fattore nuovo, ed essenziale, che la nuova maggioranza, che sette anni fa improntava la propria visione delle questioni economiche a concezioni approssimativamente liberiste, peraltro poi non praticate anche perché collidenti con gli interessi di settori importanti del proprio elettorato, e si limitava in queste materie essenzialmente all’antifiscalismo ed ai condoni, oggi ha elaborato al riguardo una posizione aggiornata e dotata di coerenza interna, che affronta alcuni dei principali problemi che l’economia globalizzata pone.
Il pensiero di Tremonti, che con molta superficialità alcuni, anche a sinistra, hanno salutato con soddisfazione come una critica al libero mercato, si inserisce nella tradizionale concezione delle destre illiberali, a seconda dei casi e delle convenienze liberiste o protezioniste; il suo recente libro rappresenta la “summa” di questa destra, nel momento in cui fa leva sulla paura, e disegna una speranza reazionaria ed illiberale fondata sulla chiusura economica e sull’arroccamento valoriale nella cittadella del benessere cristiano, in piena assonanza con le tesi del prof. Pera e del papato.
Provvedimenti quali il buono-spesa per i meno abbienti e la “Robin Hood Tax” sono il frutto di logiche assistenziali e populiste lontanissime dalla promozione della pari dignità, dei pari diritti e doveri, della parità di chances per tutti, che sono il fondamento tanto delle concezioni liberali, quanto di quelle socialiste; ma sono parte di un disegno che ha il pregio della percepibilità e della concretezza. Non sarà cosa facile il riavviare un percorso che porti all’apertura e non alla chiusura ulteriore della società, e far percepire questi concetti ad un Paese impaurito e sfiduciato, che ha visto il PD incapace di un progetto proprio e non attrezzato a superare i limiti di una visione tecnocratica della politica e dell’economia.
E’ su questo piano che si giocherà la vera partita per riconquistare il Paese alla democrazia: l’emergenza italiana riguarda tanto le condizioni della vita democratica, delle libertà e dei diritti dei cittadini, quanto quelle sociali ed economiche; ma oggi un’opinione pubblica stanca ed oramai assuefatta al dilagare di concezioni autoritarie rischia di restare sorda ad una battaglia che si incentri unicamente sull’affermazione dei principii della libertà, della parità dei diritti e dei doveri, della democrazia, ove non si riesca a collegare la lotta per la democrazia e per i diritti dei cittadini a quella per l’equità, per migliori condizioni di vita per tutti, e per la rimessa in movimento della società e dell’economia.
Oggi non sono in gioco le sorti di questo o quel partito, o il futuro personale di qualche leader politico, cose che non interessano minimamente gli italiani, ma sono in discussione la sopravvivenza della democrazia italiana ed il modello di sviluppo del Paese. Quanto si sente nei bar, per la strada, andando al lavoro, ancora più che nei convegni e dibattiti, mostra quanto profondamente sia mutato il clima culturale del Paese; in questa situazione, che fa pensare per molti aspetti ad un 1922 che non ha bisogno di manganelli e di olio di ricino, bastando il controllo della informazione, la messa in riga della Magistratura, ed una minoranza che non svolga a fondo il proprio ruolo di opposizione e di proposta nel Parlamento e nel Paese, la discussione sulla auspicabile ragionevolezza dell’opposizione diventa inutile e pretestuosa.
Ma tuttora esiste un’ “Italia che non ci sta”, minoritaria ma dotata di salde radici democratiche, laiche, liberali, socialiste, e che non comprende solo intellettuali e politici: vi sono nella società italiana, nel mondo delle imprese, del lavoro, delle professioni, dei giovani, volontà e capacità alle quali non è stato sinora dato il modo di esprimersi, e che non hanno trovato rappresentanza nell’offerta politica deludente che loro è stata proposta. A questa Italia occorre rivolgersi, ed a questa Italia occorre proporre una sinistra nuova, che deve partire dalla constatazione degli errori compiuti e degli insuccessi elettorali per affrontare le questioni ineludibili della democrazia, della libertà, della parità di opportunità e diritti per tutti, dell’equità, in rapporto alla modernità ed alle trasformazioni della società italiana.
A differenza di quelle democrazie che hanno visto le forme civili, sociali ed economiche del loro progresso procedere di pari passo nell’incontro e nel rapporto politico tra liberalismo e socialismo, fondati su una profonda razionalità empirica, le condizioni nelle quali si è sviluppato in Italia il dibattito politico hanno confinato questo rapporto al campo delle elaborazioni culturali, e ne hanno precluso il concretarsi nelle scelte politiche. Le concezioni liberali e quelle socialiste hanno entrambe origine nella consapevolezza dell’inviolabilità e della dignità della persona umana sotto ogni aspetto, da esprimere mediante l’uso della ragione, e da realizzare nella trasformazione continua della società nei suoi aspetti culturali, sociali, politici ed economici; ciò parte dalla condivisione di una convinzione filosofica di fondo, che ha origine nelle comuni radici illuministe, e che può esser individuata nella concezione dell’individuo come soggetto portatore di diritti esercitati razionalmente, e garantiti dalla collettività organizzata in Stato, con la conseguenza necessaria dell’esistenza dei doveri.
In Italia, tale comune consapevolezza è stata felice intuizione di pochi, ma non si è fatta strada nella politica: le divisioni delle forze di democrazia laica, liberale, socialista, lungi dall’avvantaggiare qualcuno, hanno indebolito tutti, finendo col produrre i risultati cui stiamo assistendo.
La nuova sinistra, che è necessario proporre all’ “Italia che non ci sta” ha per connotati la laicità, l’apertura della società e dell’economia, il merito e l’equità, la difesa di una democrazia rappresentativa e partecipata dall’oligarchia e dal populismo, il rigore e la trasparenza nell’etica e nei conti pubblici, la tutela delle differenze e dei diritti individuali e civili, la visione europea, il metodo riformista. Presuppone il rafforzamento, e certo non l’indebolimento dei poteri di controllo del Parlamento, della magistratura, della stampa, della pubblica opinione; non è inutile ricordare, al riguardo, quanto James Madison scrisse sul “Federalist” oltre due secoli fa: “il mezzo per preservare la libertà non consiste nell’indebolire l’esecutivo, ma nel rafforzare il potere residuo del popolo contro l’esecutivo”.
Una sinistra moderna, nelle cose di questo mondo, non ha altro criterio e strumento che l’uso critico ed empirico della ragione umana, nella convinzione che dai dogmi terreni e ultraterreni non possano derivare altre conseguenze che l’illibertà e l’ingiustizia. Ed è criticamente ottimista sul futuro dell’umanità. Le sue radici culturali si trovano nel liberalismo come teoria critica ed empirica della realtà; nelle esperienze del socialismo empirico, democratico e riformista; nella tradizione del pensiero democratico. A queste origini sono riconducibili i processi che hanno portato in Europa allo sviluppo delle democrazie, e che hanno, in Italia, improntato le esperienze repubblicana, liberaldemocratica, del riformismo socialista e liberalsocialista, azionista, dei movimenti per i diritti civili, dell’ambientalismo, alle quali è necessario oggi rivolgersi.
Una sinistra moderna, liberale e socialista, non può che prendere le distanze dalle reminiscenze massimaliste di quella parte di sinistra che resta tuttora refrattaria alla concezione liberale, dinamica, differenziata e competitiva della società aperta: il determinismo ideologico di queste posizioni preclude la possibilità di dare risposte efficaci nella realtà di oggi a quelle stesse istanze di equità da cui essa muove.
E non può che essere distante dalle posizioni di un PD che ancora oggi non valuta come un fallimento storico il risultato del 14 Aprile, non tanto nel prevedibile risultato numerico, quanto negli errori di prospettiva politica compiuti e nella vuotezza della proposta politica e culturale offerta al Paese, e che, pur essendosi spostato verso lo schieramento avverso, è riuscito a non conquistare, o meglio, a perdere voti al centro; ed a fare il vuoto alla sua sinistra ed a monopolizzare la minoranza; questo PD non appare dotato della convinzione e delle risorse culturali e politiche necessarie ad opporsi allo stravolgimento della democrazia ed a rappresentare una reale alternativa alla destra.
Ma, al tempo stesso, non può che auspicare che nel PD si faccia strada la consapevolezza della disfatta, e che risulti possibile costruire un fronte di alleati indirizzati a ricostruire nella politica e nella società la democrazia italiana.
In ogni caso, è necessario porsi l’obbiettivo, su tempi necessariamente non brevi, di assicurare la presenza di una sinistra liberale e socialista nel Paese e nel Parlamento, quale che sia la futura legge elettorale, nella convinzione che la “vera” pubblica opinione avverta la mancanza di una forza avente questi connotati, che sia grande lo spazio politico apertosi tra il PD e quella parte della sinistra che resta sorda alle trasformazioni e chiusa nelle nostalgie antidemocratiche, e che molti sentano la mancanza di una forza di democrazia liberale e laburista di stampo europeo.
Il risultato elettorale del 14 Aprile, anche per quanto riguarda il voto socialista, è da considerare tutt’altro che conclusivo circa le prospettive di una forza avente questi connotati, nel momento in cui agli elettori nessuno ha presentato alcuna proposta politica che andasse compiutamente in questa direzione, e perché il libero voto dei cittadini è stato coartato dalla pessima legge elettorale e dalla ancor peggiore interpretazione che le maggiori forze politiche ne hanno fatto.
Quest’opera richiede uno sforzo di elaborazione ed organizzazione culturale, e soprattutto un lavoro di costruzione politica che non può limitarsi a prevedere l’aggregazione orizzontale di vecchie identità e tradizioni, ma deve ricercare le possibili convergenze sulle capacità e sulle volontà oggi disponibili a questo fine. Vanno individuati metodi nuovi di lavoro politico, tenendo conto dell’assenza dal Parlamento, definendo le battaglie ritenute importanti e ricercando nella cultura, nella politica, nei corpi intermedi della società, e nel Paese, ogni possibile convergenza ed ogni iniziativa utile a portarle avanti. La tutela dei diritti individuali, la battaglia per il pluralismo e la libertà d’informazione, il funzionamento della democrazia, la liberalizzazione dell’economia da protezionismi, corporazioni e monopoli, la promozione del merito e della capacità, lo sviluppo economico e la mobilità sociale, l’equità fiscale e l’inadeguato potere d’acquisto delle famiglie, la scuola pubblica e di qualità per tutti, la difesa della concezione laica e liberale dello Stato appaiono come le questioni più urgenti sulle quali occorre impegnarsi.
Indirizzandosi alla costruzione politica di una sinistra liberale e socialista, “Critica Liberale”, nel Forum tenutosi a Roma il 10 maggio 2008, ha proposto di dar vita a “spazio lib-lab: laboratorio liberale e socialista per la società aperta”.
Questa iniziativa politica, alla quale si propone di aderire e di partecipare, ha il punto di avvio nel collegamento di associazioni, circoli, gruppi politici, siti, ed individui disponibili ad operare, senza rinunziare alla propria individualità politica e culturale, ma coordinando, mettendo in comune e confrontando idee, iniziative, capacità, riferimenti e collegamenti, per la preparazione del terreno su cui fondare quella sinistra laica, liberale, democratica, socialista, e riformista, che tuttora manca in Italia.

