I liberali ed il centro.

di: Gim Cassano14-01-2010stampa

I LIBERALI ED IL CENTRO.

Il lancio del progetto rutelliano di “Alleanza per l’Italia”, già avviato da tempo, ripropone al mondo liberale la consueta e suadente sirena del centrismo. Una non piccola parte di questo mondo (da coloro che -come il PLI di Stefano De Luca- nel  corso del quindicennio berlusconiano hanno scelto l’alleanza con la destra, per poi rivendicare una propria autonomia, sino ad arrivare ad una parte di quei liberali che, via Margherita, hanno aderito al PD, partecipando poi a costituirvi l’Associazione Liberal PD), ha aderito a quel progetto o, osservandolo con attenzione, pensa di aderirvi, magari criticamente e con circospezione.

Non voglio discutere l’opportunità, dal suo punto di vista, della scelta di Rutelli di abbandonare il PD: è una questione che non mi riguarda, non essendo mai stato un seguace dell’ex-segretario della Margherita, e non facendo e non intendendo far parte di un partito che ancora non riesce a stabilire cosa voglia essere e che nel suo non voler essere, non è, e che per questa via non trova altra prospettiva che quella, per bocca di D’Alema, di cercare di dare dignità politica a trasformismo ed opportunismo (Puglia e Sicilia docent, ma questo è un altro capitolo, sul quale si devono dare specifiche valutazioni).

Ma occorre, comunque, cercar di capire quali possano esserne le prospettive. La proposta dell’ex-Segretario della Margherita è in linea con le sue posizioni, espresse da tempo, in tema di laicità, scelte di fine vita, diritti individuali. Ma, fatto ancor più rilevante, è una posizione che prosegue l’impostazione politica e strategica da lui portata avanti sin dal suo ragionamento sulla necessità di “alleanze di nuovo conio”. In buona sostanza, lamentando la presunta socialdemocratizzazione del PD (leggi, il prevalere degli ex-DS) più che l’incapacità di proposta e di alternativa di quel partito, e considerando oramai sulla via del tramonto l’ipotesi bipolare, si va a cercare una collocazione centrista sulla destra del PD e, inevitabilmente, al fianco di un’ UdC con la quale non pochi potrebbero essere i punti di contatto, ad iniziare da vedute non dissimili in quanto a laicità ed al comune interesse a veder venir meno ogni ipotesi di rafforzamento in senso bipolare.

Il disegno, in questo Paese in cui abbondano grandiose costruzioni strategiche che, altrettanto rapidamente di come nascono, vengono lasciate cadere sotto la spinta delle opportunità, è quello della costruzione di un “nuovo” centro, che aspira ad un ruolo nell’ipotesi di un futuro rimescolamento di carte che dovesse risultare da una crisi della maggioranza e/o del suo leader. Che individua un proprio target in quella parte del Paese che sinora ha digerito la destra, senza identificarvisi completamente e soprattutto senza apprezzarne il leader, più per sfiducia nei confronti del centro-sinistra che per convinzione. E che cerca anche di intercettare lo scontento della parte più tradizionalista e conservatrice dell’elettorato PD, in modo particolare di origine popolare. Detto per inciso, su quest’ultimo versante, non sembra che “Alleanza per l’Italia” abbia, al momento, riscosso grande successo: la sua capacità di attrazione dipende più dalle insoddisfazioni, che da un giudizio sulla qualità del progetto. In conclusione, ed in sintesi, si tratta di una classica posizione centrista, che ha come inevitabile modello ideale la DC della Prima Repubblica.

Ma i limiti di questa proposta sono quelli insiti ad ogni collocazione centrista che non si caratterizzi fortemente in termini di autonomia culturale e politica. Infatti, un centro che non abbia una forte ed autonoma consistenza, come fu il caso della DC, può al massimo aspirare a far l’ago della bilancia tra formazioni maggiori, collocate alla sua destra o alla sua sinistra. Tale fu per anni, in Germania, il ruolo del FDP. Ma, nell’Italia di oggi, si tratta di optare tra la possibile alleanza con il PD (ed allora, tanto valeva restarvi) e quella con la destra. La prospettiva non appare entusiasmante né in un caso, né nell’altro. E qui viene la questione più grave: in ogni caso, ogni ipotesi centrista appare priva di consistenza se non si presuppone un’intesa strategica ed elettorale con un’UdC che non solo annovera un Cuffaro tra i suoi principali azionisti, ma non appare in grado di esprimere molto più che il moderatismo clericale della peggiore DC. Anche qui, guarda caso, Puglia, Sicilia, Lazio, insegnano. Verremmo dunque ad avere un centro-minestrone, ma dominato dal conservatorismo e dalle componenti meno “liberal” dello schieramento politico italiano, delle quali anche Rutelli è parte integrante, e nel quale pezzi assortiti di vecchia classe politica che non ha trovato soddisfazione a destra o nel PD, prescindendo da ogni possibile strategia, cercherebbero di conseguire una qualche forma di sopravvivenza.

E, anche qualora “Alleanza per l’Italia” riuscisse a mantenere una propria autonomia nei confronti dell’UdC, come Livio Ghersi suggerisce nel passo che riporto più avanti, la prospettiva di un’intesa del PD con il partito di Casini renderebbe del tutto inutile e marginale il ruolo della nuova formazione politica.

A questo punto, si pone la questione di cosa c’entri il mondo liberale con questo disegno. Al riguardo, è utile la lettura di un intervento di Livio Ghersi, scritto con la chiarezza e lucidità che gli sono proprie. Questo testo, scritto in concomitanza con l’iniziativa di “Alleanza per l’Italia” a Parma, rende in termini molto chiari l’essenza della questione, ed al tempo stesso può esser visto come la summa, aggiornata ad oggi, di un modo di intendere il ruolo dei liberali, che purtroppo ha dominato il liberalismo politico in Italia, e che dico subito non essere il mio, in primis per ragioni concettuali, ed in quanto, a mio modesto avviso, è all’origine della virtuale scomparsa del liberalismo organizzato in Italia.

Ne riporto per esteso, ad evitare fraintendimenti, la parte centrale e più propriamente politica.

Tra i partiti di cui, secondo me, c’è necessità, m’interessa soprattutto un partito “di Centro”, nell’accezione che di questo termine dava Benedetto Croce; ossia il “Centro” va inteso come luogo ideale in cui si coltivano la moderazione, l’amor di Patria, il senso dello Stato, il rispetto delle istituzioni, lo spirito civico, la capacità di ascoltare gli altri e di cooperare con loro. Spero che Alleanza per l’Italia sia partito “di Centro”, nel senso predetto. Ciò non significa immaginare un partito indifferente, che nella prassi parlamentare può, secondo convenienza, stringere alleanze ora a Sinistra, ora a Destra. Le alleanze nascono dalle condizioni storiche. Il partito dei liberali tedeschi, FDP, in tempi diversi fu alleato ora dei partiti moderati di ispirazione cristiana, CDU-CSU, ora del partito socialdemocratico, SPD. Attualmente sostiene l’attuale Cancelliere, l’ottima Angela Merkel. Dal 1948 al 1992 in Italia si sono sperimentate soltanto quattro formule politiche: a) centrismo; b) centro-sinistra; c) solidarietà nazionale; d) pentapartito. Il Partito liberale italiano, PLI, creatura creata da Benedetto Croce e che, più o meno degnamente, tentò di incarnarne la tradizione politica, fu protagonista nei governi del centrismo, sostenendo lealmente De Gasperi; passò all’opposizione con l’avvento del centro-sinistra; fu tra i più critici avversari della solidarietà nazionale; ritornò ad assumere responsabilità di governo con il pentapartito. Forma di governo parlamentare non significa libera contrattazione; un partito serio ha una propria linea politica ed accetta soltanto quelle alleanze che sono con essa compatibili. Affinché non ci siano equivoci, preciso che finché Silvio Berlusconi continuerà ad essere il leader incontrastato di uno schieramento politico e ad essere titolare della carica di vertice del Governo, un partito di Centro quale io lo concepisco resterà coerentemente e dignitosamente all’opposizione; non per pregiudizi di natura personale, ma per valutazioni di merito dell’operato politico e di governo. Per quanto direttamente mi riguarda, considero il berlusconismo sintomo evidente e concausa di una stagione di decadenza del Paese, dalla quale occorre uscire. Chiarito questo, è altrettanto chiaro che non auspico e non accetto la condizione di partito satellite del Partito Democratico.

Spero che Alleanza per l’Italia diventi il punto naturale di raccolta di quei liberali, repubblicani, cattolici-liberali, al momento privi di riferimenti partitici, o comunque in grave sofferenza. Non mi riferisco a tutti i liberali. Gli ultra-liberisti e, soprattutto, gli anarco-capitalisti restino pure in partiti di Destra, perché quello è il loro posto. Gli anticlericali in servizio permanente effettivo, quanti fanno della “secolarizzazione” un ideale ed un obiettivo politico, facciano il piacere di cercare altre collocazioni. A loro preferisco di gran lunga la Scuola cattolico-liberale che, secondo Francesco De Sanctis, va ricondotta ad Alessandro Manzoni………

……..Insieme ad altri amici, intendo portare in Alleanza per l’Italia lo spirito della Destra Storica, cioè del partito degli eredi di Cavour: Giovanni Lanza, Quintino Sella, Silvio Spaventa, Marco Minghetti. Spirito che si può tradurre in tre semplici regole: 1) va rispettato, anzi va considerato cosa quasi “sacra”, il denaro prelevato dalla generalità dei contribuenti mediante l’imposizione tributaria; il che comporta il dovere di farne buon uso, per scopi di reale interesse generale, di non sprecarlo, di renderne conto fino all’ultimo centesimo; 2) la prima riforma è la buona amministrazione; 3) l’unica forma di Stato liberale possibile è quella dello “Stato di Diritto”, in cui comandano le leggi (e soprattutto la Costituzione, cioè la legge delle leggi), non gli uomini che occasionalmente ricoprono funzioni pubbliche e di governo. Il predetto spirito, che discende storicamente dalla tradizione politica dei liberali moderati italiani, spiega anche perché sia opportuno che Alleanza per l’Italia si strutturi ed operi distintamente da un altro partito che pure intende collocarsi nel Centro politico: l’UDC. Questo partito incarna altre tradizioni e rappresenta altri valori; si potrà lealmente collaborare per il bene comune e magari individuare alleanze elettorali. Certamente, i due partiti potranno aggregare più consenso conservando la propria autonomia d’iniziativa politica.

Nella sua chiarezza, questo testo è illuminante, e mette il dito sulla piaga: la dichiarata ed aperta convinzione che per un liberale non esista altro possibile luogo politico che il centro, qualunque esso sia. Di fronte a questa convinzione, ogni altro ragionamento diventa secondario. E poco importa che il centro, almeno in Italia, porti a trovarsi nei fatti a sostenere posizioni di destra, nelle sue accezioni di volta in volta sostanzialmente conformiste, conservatrici, corporative, clericali. Ghersi è estremamente chiaro nel dichiarare di intender “portare in Alleanza per l’Italia lo spirito della Destra Storica” e nel pregare gli anticlericali in servizio permanente di accomodarsi altrove. Desiderio che voglio sperare possa essere prontamente esaudito. Vorrei, intanto, osservare un fatto:

Un giudizio meno agiografico ed idealizzato sulla Destra Storica dovrebbe farci ricordare, oltre al merito di esser stata protagonista nella costruzione dello Stato Unitario, anche le spaventose condizioni di vita delle campagne italiane in quel periodo, la tassa sul macinato, la fuga dall’Italia di milioni di emigranti maledicenti il loro Paese. Detto questo, vorrei far notare come Ghersi non colga l’abisso che separa la statura ed il rigore di figure che seppero anteporre le esigenze della costruzione dello Stato agli interessi clericali ed al Sillabo dalle posizioni di chi ha accettato e favorito l’invadenza di Santa Romana Chiesa nella sfera civile italiana.

Allora ci si deve intendere su cosa significhi esser liberali. Al riguardo, e per quanto mi concerne, riporto un passo di un mio scritto di qualche tempo fa.

In Italia il liberalismo organizzato aveva assunto una chiara vocazione alla solitudine identitaria, che lo portò a non comprendere la necessità del rapporto con le altre forze di democrazia laica, azionista e socialista. Queste venivano viste come concorrenti e come avversari culturali e politici, piuttosto che come gli alleati possibili e necessari a modernizzare e liberalizzare il Paese; la conseguenza, fatale per il PLI, fu che questo non trovò altra prospettiva che, dapprima, quella di un’alleanza subalterna alla DC e, più avanti, quella della lotta contro un centro-sinistra che veniva visto non a torto come lontano da una visione liberale, ma senza domandarsi il perché ed il come di tale lontananza, dopo che i liberali si erano autoisolati nel ruolo di oppositori da destra.

L’indisponibilità del PLI all’alleanza con le altre forze laiche, motivata come coerente ad una concezione liberale, risultava nei fatti conforme ad una scelta conservatrice nelle prospettive politiche, nel suo collocarsi sulla destra della DC e nell’aver identificato un riferimento sociale nella difesa innaturale, inutile e non pagante di una parte di ceto medio più propensa alla conservazione sociale che al liberalismo, portandosi dietro il consueto bagaglio di conformismo ed opportunismo. Questa ha visto comunque nei democristiani il proprio riferimento più affidabile (la diga), col risultato che i liberali italiani non hanno riscosso consensi né da quella parte della società alla quale essi si erano rivolti, che si considerava in ogni caso più vicina alla DC in termini valoriali, né ovviamente da coloro che, da sinistra, hanno loro rimproverato una innaturale scelta di campo e di alleanze.

Eppure, chi oggi abbia voglia di rileggere le pagine de “il Mondo”, troverebbe in esse ragionamenti ancora attuali; ed è motivo di interesse il considerare che, già nell’Italia di quegli anni era presente la capacità, anche se inascoltata, di indicare ai liberali, ai democratici, ai laici, ai socialisti italiani prospettive nuove e tali da avvicinarli alle esperienze europee.

Le parole di Livio Ghersi hanno il pregio della chiarezza, e sono perfettamente coerenti ad un modo di intendere il liberalismo che non mi appartiene. Ed è opportuno che si sappia cosa significa “Alleanza per l’Italia”: il presupporre che, sia pur turandosi il naso, la naturale collocazione dei liberali sia di natura centrista. Questo presupposto ha dominato per lunghi anni la condotta del PLI (quello storico), coi risultati che abbiamo visto. Alla radice di questo atteggiamento stanno due fattori:

Il primo, culturale, che può esser fatto risalire all’eredità crociana. Il liberalismo italiano del dopoguerra non ha conosciuto l’empirismo britannico, ma si è formato sul concetto di “libertà come religione”, lontana dalle concrete condizioni economiche e sociali del Paese. Ed è chiaro che chi, in nome di una concezione filosofica, sia pur di grande respiro, polemizzava con Salvemini, respingendo ogni possibilità di rapporto con il mondo socialista e con l’azionismo, definendo quest’ultimo come un ircocervo, non poteva trovare alla fine, nell’era dei partiti di massa, altra possibile strada che il rapporto (subordinato) con la DC. La famosa “terza via”, che sarebbe stata l’unica possibile strada per scardinare quello che poi fu definito come bipartitismo imperfetto, avrebbe richiesto ben altre premesse culturali, a partire dalla legittimazione delle posizioni empiriche del liberalsocialismo.

Il secondo, sociale. Era fatale che i liberali italiani, a questo punto, trovassero il loro riferimento sociale in un ceto medio tendenzialmente conservatore che comunque, nei momenti cruciali, faceva quadrato attorno alla DC, così come, anni prima, aveva fatto quadrato attorno a Mussolini. E, come a Mussolini i benpensanti rimproveravano molto di più il populismo e la sguaiataggine che la mancanza di libertà, così il PLI di venti anni dopo, si limitava a rimproverare alla DC, subendoli, gli stessi difetti, oltre che una politica di intervento e di spesa pubblica, anch’essa, a ben vedere, ereditata dal fascismo. Ma da essi non veniva aperta alcuna questione sull’effettiva modernizzazione del Paese, sul creare le condizioni per le quali i diritti venissero ad essere pratica del vivere civile, sulla mobilità e l’equità sociale, sull’apertura della società: cose, queste, che il liberalismo moderno ha nel suo vero DNA, ma che avrebbero richiesto ben altre alleanze e riferimenti sociali.

Non riesco allora a capire su cosa, negli aspetti culturali, e nel valutare la capacità di rappresentare una concezione autenticamente liberaldemocratica, possa oggi fondarsi l’attrazione che il progetto di Rutelli manifesta nei confronti di una parte del mondo liberale, a meno che si voglia intendere il liberalismo, come appunto Livio Ghersi ci propone con onestà e lucidità, in termini del tutto avulsi da ogni possibilità di rapporto a sinistra.

Questa posizione appare quindi, oltre che debole sul piano politico, anche e soprattutto rinunciataria sul piano culturale e strategico. Essa risulta dettata dal vecchio pregiudizio crociano di dar per scontata l’impossibilità di avviare un confronto a sinistra. Mentre il Paese avrebbe bisogno di una sinistra moderna, nella quale siano presenti radici e metodi liberali, una parte di quel che resta del mondo liberale italiano guarda altrove. C’è solo da chiedersi quali battaglie di liberalizzazione e per l’apertura della società si intendano condurre da un versante dominato dall’ossequienza alle gerarchie vaticane, da una visione della società che, nella sua essenza corporativa ed organicistica, risulta avulsa dal conflittualismo, e da un impianto di metodo che fa del relativismo e dell’induzione un nemico da combattere.

Pochi possono esser più lontani di me dall’intenzione di difendere il PD, al quale oggi non va rimproverata la socialdemocratizzazione, ma una scelta neocentrista rivolta, ancora una volta, a distruggere le possibilità di arrivare, anche in Italia, ad una sinistra moderna, e rivolta ad allontanare la possibilità di una alternativa reale a questa destra. Ma, francamente, non si vede in base a quale disegno un liberale debba lasciare un PD tetragono al modo d’essere dei liberali per andare a seguire Rutelli. Mi sembra, a questo punto, più coerente la convergenza su “Alleanza per l’Italia” da parte di chi ha lungamente vissuto all’ombra della destra.

Gim Cassano (11-01-2009)

 

Commenti dei lettori

  • Carlo Annoni scrive:

    Vorrei aggiungere qualcosa alle considerazioni di Gim.
    Al di là delle questioni di “pensiero” qui c’è un elemento di base che inficia le grandi manovre al centro.
    Vedi, qui si parla di superamento del bipolarismo ma, almeno al momento, questi sono solo pii desideri.
    L’Italia è bipolare, e il bipolarismo ritengo possa essere l’unico lascito duraturo della così detta II Repubblica.
    Non sto a giudicare il bipolarismo ma ne constato la salute e il radicamento.
    Quindi, l’ideologizzazione del Centro che qualcuno tenta è in realtà una operazione per catturare un segmento elettorale residuale e metterlo in un gioco (anche questo residuale) con la strategia dei 2 forni o con una alleanza strategica con il PD di margheritiana memoria.
    Quindi siamo qui alla riproposizione un pò sgangherata della teoria dei due forni (by UDC) o alla resurrezione della Margherita (by Rutelli).
    Peccato che entrambe queste strategia non abbiano mai portato a realizzare politiche liberali.
    Tenendo poi presente che i leader sono da un lato Casini (che c’entra costui con i liberali?!?!?) e dall’altro Rutelli (no comment), temo che gli si faccia anche un favore con il solo parlarne.
    Quindi questa grande operazione al centro al momento mi sembra un bufala.
    Questo almeno stante le attuali regole elettorali e il sentimento bipolare (ma non bipartitico) maggioritario nel Paese.
    Certo che anche (e soprattutto) le bufale riescono a volte a fare grandi danni.
    E qui entriamo nella questione dei Liberali che ogni tanto si lasciano abbindolare da queste operazioni (virtuali) di palazzo, smarrendo il senso profondo delle politiche liberali, che, comunque prese, sono politiche di libertà o non sono
    politiche liberali.
    Ma se il Centro è una bufala (non perchè non mi piaccia ma perchè ritengo non funzioni e vada contro le condizioni oggettive della politica italiana) rimane la questione, questa si seria e ineludibile, della presenza dei Liberali nella politica nazionale.
    A questo proposito riprendo alcune considerazioni che ho inviato qualche giorno addietro ad un amico del PLI .

    “* Prospettive Liberali - se la prospettiva è quella bipolare (..) allora l’unico degno obiettivo che come liberali possiamo porci è quello della egemonia. So che fa ridere sentire oggi parlare di egemonia liberale. Ma, al di là delle idee iberali, cosa può oggi rappresentare gli ideali di emancipazione che definiscono la sinistra?
    Se guardiamo bene, a contrastare le mire egemoniche liberali, abbiamo solo le mille declinazioni di un socialismo classista ormai alla frutta ed i furori di un populismo alla di pietro. Sono avversari invincibili?

    * Bonino - Pannella &c, hanno da almeno un decennio interpretato il bipolarismo come una opportunità
    egemonica per un liberalismo un pò chiassoso e personalistico. Oggi Bonino si inserisce nel disfacimento delle idee e valori del centro-sinistra per porre la propria persona e le proprie idee a guida della sinistra. Non dimentichiamoci che Pannella provò a candidarsi alle primarie di coalizione, e alle primarie per la segreteria PD. Pannella non sta lavorando contro il bipolarismo, ma per egemonizzare uno dei poli. La morale? Non è una passeggiata, ma se hai uomini e idee puoi candidarti alla egemonia della sinistra. [.......].

    * Casini & centristi vari - Continuo a pensare che Casini sia la ruota di scorta della Destra. Il suo è un elettorato che nella parte clericale è a destra e nella parte clientelare sta dove più conviene. Se pensiamo che questo sia il fulcro per scardinare il bipolarismo italiano direi che non mi trovi convinto. Mi sa che il Casini che scardina il bipolarismo sia tanto o più velleitario di quanto lo siano i liberali alla guida della sinistra.

    * Conclusioni - Sinceramente il mio obiettivo [di liberale] non è scardinare il bipolarismo ma contribuire a rendere l’Italia un paese migliore, una società aperta, ricca di opportunità e libertà per gli italiani. Questo penso debba essere l’obiettivo di tutti i liberali, poichè solo con l’adozione di politiche liberali in campo civile, sociale ed economico si riuscirà a rendere l’Italia un posto migliore per se ed i propri figli. Realizzare le politiche liberali richiede la fine del bipolarismo? Non lo ritengo necessario. Ritengo invece necessario che i liberali si adeguino alle necessità organizzative dei tempi, si diano strategie sensate e imparino a fare politica come richiesto dai tempi. Quello che è necessario veramente è che i Liberali diventino capaci di vincere la battaglia per l’egemonia nel proprio schieramento e poi nel Paese.”

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