“Dalla sera alla mattina non vale più il principio di fondo dell’Occidente, ovvero il libero mercato….Proprio coloro che fin ora avevano rifiutato con veemenza ogni intervento statale, dalla sera al mattino si sono convertiti: si stanno trasformando da neo-liberali in socialisti statalisti, almeno per quanto riguarda singoli punti”: cito Ulrick Beck dal Corriere della Sera del 5 novembre 2008.

            E’ così. Poco tempo prima che la crisi cominciasse a rivelare la sua gravità – sono passati solo pochi mesi – la grande maggioranza della pubblicistica e della politica esaltava le “magnifiche sorti e progressive” del mercato senza regole e della globalizzazione. Nei paesi più poveri, specie dell’Africa sub-sahariana si registravano: aumento generalizzato dei redditi, riduzione delle fame, della miseria, della mortalità infantile, incremento dell’igiene, della scolarità, della sicurezza, elevamento degli standard di libertà e di democrazia. Questi processi, assistiti da “elaborate” statistiche e precisi indici, davano ragione al solito Fukuyama: “la storia è finita” col crollo del comunismo, il mondo è ora unipolare, a modello unico, quello del mercato americano, globalizzato: e unico è il pensiero liberal-liberista. Per anni il guru di Tony Blair ha dettato legge: e la legge era: “Il socialismo in quanto tale è un progetto sepolto in quanto si basava sull’idea che un’economia regolata potesse sostituire i meccanismi di mercato…un termine privo di senso”. Così scriveva il “socialista” Anthony Giddens,  mentre Tremonti che socialista non è sosteneva che è privo di senso un mercato senza regole.

            Vi erano anche altre statistiche di segno diverso: oltre alle celebrazioni del capitalismo globalizzato dei seminari di Davos, vi era la denuncia del Global Forum. Vi erano i fallimenti dei vari programmi ONU, come il Millenium round che fissava al 2015 il dimezzamento della povertà nel mondo. E vi erano le opere di agguerriti scrittori controcorrente da Beck a Stiglitz, Amartia Sen, Yunus, Gallino, Reich…

            Ma il pensiero dominante, se non unico, era quello: il mercato sovrano e la globalizzazione deregolata trionfano.

            A tale pensiero sono stati convertiti i più antichi e incalliti avversari del capitalismo, i comunisti, che dalla fede nel collettivismo sono passati, senza un momento di riflessione, alla fede nel liberismo. Curiosamente racconta di questa conversione Michele Salvati sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 in un articolo dal titolo significativo: “Ritorno a sinistra”, nel quale, tra l’altro, giustamente osserva che la sinistra non si può presentare come la “salvatrice” del sistema perchè ha accettato in pieno il liberismo “con l’entusiamo che solo un neofita può provare” e non può quindi pretendere di dire: “l’avevo detto io”.

            Altrettanto curiosamente, chi si è tirato fuori per primo dall’altra parte  è stato l’intellettuale ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, colui che aveva esaltato la finanza creativa.

            Non intendo soffermarmi sui fattori della crisi sulla quale ha sicuramente inciso la bolla dei subprime. Ma in sostanza la causa più profonda è stata la “finanza creativa” che si è rivelata distruttiva, ed è stata messa alla gogna in vetrina dalle retribuzioni da capogiro intascate dai tanto celebrati manager anche sulle ricapitalizzazioni con i soldi dei contribuenti erogati per salvare l’impresa dal crac da loro provocato, come nel caso più noto, ma certo non unico, dell’AIG. Al paragone i tanto suo tempo bistrattati manager – i boiardi – delle Partecipazioni statali italiani sembrano monachelle.

            Le conseguenze sono devastanti: imprese finanziarie che sembravano indistruttibili sono crollate: due nomi americani – oltre a AIG – fra tanti: Lehman Brothers, Merrill Lynch; sono stati salvati  dallo Stato colossi come la General Motor (ricordate il Presidente Eisenhower:” quello che va bene per General Motor va bene per l’America”); la gravissima crisi edilizia (per i subprime); l’aumento della povertà, delle diseguaglianze e specie della disoccupazione; la forte diminuzione del reddito globale (in continua revisione al ribasso: mentre scrivo al -4,3%): sono fenomeni che, con diversità nazionali, investono tutto il mondo produttivo.

            La globalizzazione è in ritirata: Gordon Brown parla di “deglobalizzazione”. I capitali emigrati rientrano a casa; si privilegiano i prodotti domestici: “buy american”; si riducono le delocalizzazioni; cresce la discriminazione verso i lavoratori immigrati; sui venti Paesi del G.20,  diciassette praticano il protezionismo. E tutto ciò è particolarmente grave in Europa, che è piuttosto un”concerto” di nazioni che una “Comunità”, nella quale ognuno fa ormai a modo suo, e come potenza economica e politica rischia di retrocedere dietro la Cina: non per nulla si parla ormai di G.2: USA e Cina più che di G.8.

            E che cosa possono attendersi i paesi poveri se non una ulteriore riduzione degli aiuti dai paesi ricchi? E che fine faranno i grandi progetti mondiali di energia verde, di riduzione dei gas inquinanti?

            Sulla crisi della globalizzazione nessuna voce è più autorevole dell’Economist. La copertina del n. 6 del 2009 recitava: “Il ritorno del nazionalismo economico” e a pag. 9 nel “leader” si legge: “La globalizzazione sta soffrendo il suo più grosso rovescio nell’era moderna”.

            E veniamo ai rimedi che sono disparati, anzi “disperati”. Interessante, prima di tutto, è la sede in cui si apprestano: non le organizzazioni economiche e finanziarie, il F.M.I, il WTO, la Banca mondiale. No, le terapie si discutono in “casa d’altri”, una casa guardata fin ora con ostilità e tenuta alla larga: i governi, i Parlamenti, lo Stato. Il mercato ha abdicato alla sua sovranità e lo scettro è passato nelle mani pubbliche. Questa si che è una rivoluzione culturale, una rivoluzione “copernicana”. Dalla quale occorre prendere le mosse per capire gli scenari presenti e futuri.

            Le cifre dell’intervento pubblico confermano la svolta epocale. Non sono riuscito a quantificarle, anche perchè, a parte quelle approvate dal Congresso americano, le altre sono “in ballo”. Ma per restare agli Stati Uniti, il dato che sembra certo è  il 12% del PIL impegnato nella ricapitalizzazione delle imprese finanziarie e industriali e nella caccia ai titoli tossici (con il concorso del capitale privato). Migliaia di miliardi di dollari. Alcuni senza peli sulla lingua definiscono queste operazioni come “nazionalizzazioni”. Si può sottilizzare, tra azioni ordinarie, azioni privilegiate, obbligazioni, ma la realtà è che queste imprese, afferrate sull’orlo del baratro, circondate dalla sfiducia del cliente e investite dalla collera dei cittadini difficilmente potranno restituire quegli enormi capitali pubblici e tornare ad essere quelle di prima. Come ha scritto il Times un mondo è finito e non tornerà più.

            Sulla “nazionalizzazione” surrettizia di grandi imprese finanziarie non ci sono dubbi. Che vocabolo usare per definire il rapporto tra il governo americano e la General Motors? Obama licenzia il capo del colosso automobilistico, annuncia un grande piano di risanamento e rende la GM “dipendente” dai programmi del governo, ad esempio nella politica energetica e ambientale. Lo stesso ha fatto Sarkozy che ha ottenuto la liquidazione della dirigenza della Peugeot e vietata la delocalizzazione.

            Se il capitalismo non sarà più quello di ieri, che cosa sarà? C’è poco da scegliere. Le prospettive sono tre: o lo Stato o il mercato o una forma di economia mista. Il mercato senza regole è morto; il collettivismo è stramorto. Avremo il paradosso della statizzazione del capitalismo operata non da Lenin o Palme ma da “lor signori” dell’establishment? O si realizzerà una forma di collaborazione tra Stato (sovrano) e mercato?

            Cito ancora l’Economist, tempio del liberismo: “Manifestamente l’opinione pubblica appoggia la regolazione statale” (n. 8, 2009, p. 58): il titolo di copertina del numero è “The collapse of manufacturing”.

            La parola “nazionalizzazione” trova difficoltà sulla bocca dei capitalisti soprattutto dei turbocapitalisti. Ma è la parola giusta. Se ne riparlerà quando la crisi sarà superata.

            Non c’è nulla di sicuro sullo sbocco della crisi, a causa della sua gravità. Leggo la prosa di Monti sul Corriere della Sera del 22 marzo 2009: c’è una battaglia urgente – scrive – che viene trascurata: contro gli eccessi e la crescita delle diseguaglianze tra paesi e nei paesi. Monti cita uno studio dell’ Economist Intelligence Unit: 95 dei 165 paesi studiati sarebbero “a rischio alto o molto alto nei prossimi due anni”. E i rischi vengono dalla globalizzazione (Monti non ne è stato un alfiere?). Purtroppo “gli Stati hanno sempre meno risorse per assistere coloro che soffrono dalla globalizzazione…I poteri pubblici hanno a lungo assistito passivi agli eccessi del mercato e della finanza. Dinanzi a quella avanzata hanno ritirato, disarmato lo Stato. E se non recupereranno la capacità di contenere le diseguaglianze, gli Stati saranno in gravi difficoltà di fronte alle pesanti conseguenze della crisi”. Si paventa la rivoluzione? E dov’è Lenin? Ancora più esplicito Strauss-Kahn: “La crisi farà salire le tensioni sociali. Una minaccia che potrà sfociare, in alcuni casi, in una guerra” (Corriere della Sera, 24 marzo 2009). E’ il direttore del Fondo monetario internazionale che scrive quelle parole.

 

 

 

Le prospettive

            Partiamo da due dati: 1) il denaro pubblico diventa prevalente nel capitale delle imprese; 2) l’impresa privata non è dunque più “guidata” dalle regole cieche del mercato. Sulla copertina di Newsweek tempo fa è uscito il titolo “Siamo tutti socialisti”. Evidentemente la ricapitalizzazione statale di imprese “capitalistiche” non realizza il socialismo come lo immaginiamo noi. Però ci sono dei mutamenti culturali che pongono le questioni in modo nuovo. Il dilemma Stato o mercato è superato e si pone diversamente: Stato e mercato. Teniamo da parte le teorie riformiste del socialismo da Bernstein a Rosselli, da Palme a Bad Godesberg. Teniamo conto di un solo punto. Se lo Stato contribuisce in modo determinante alla sopravvivenza e allo sviluppo dell’impresa non può certo disinteressarsi della vita e della politica dell’impresa: obbiettivi produttivi, investimenti, salari, dipendenti, ecc. Ed in parte è quello che fanno in particolare gli Stati Uniti e la Francia. E se è lo Stato che orienta l’impresa, lo Stato risponde ai suoi azionisti che sono gli elettori.

            Questo è un punto fondamentale: lo Stato – nelle forme pubbliche più varie: agenzie, comitati e controlli d’azienda, pubbliche consulenze – orienta la vita economica, sulla base di un mandato ottenuto dai cittadini e attraverso organismi partecipati. E certamente il mercato è la bussola sulle preferenze dei consumatori e lo strumento più efficace ed economico di produrre e distribuire nei campi suoi propri. E’ la bussola, non il timone. Il timone è nelle mani dello Stato e il mercato, nei settori in cui prevale il profitto, è lo strumento neutrale di intervento, è uno strumento sussidiario, funzionale al servizio dei fini decisi dallo Stato. Insieme ad altri strumenti pubblici, semipubblici, privati, dalle cooperative al volontariato.

            Se questa è la nuova “ideologia” del capitalismo essa riguarda noi socialisti molto da vicino: perchè, anche se la cosiddetta sinistra non se ne è accorta, essa è simile alla “ideologia” del socialismo riformista che guarda allo strumento dell’intervento pubblico non nel piano, ma prevalentemente nel mercato. Il punto di partenza sta nella distinzione tra fini e mezzi. Nella logica pura del liberismo il mercato individua i fini, cioè le cose da produrre e appresta il mezzo; la concorrenza è stimolata dal profitto. Nella logica del socialismo riformista è il cittadino che sceglie i fini. Il fine è il regno della democrazia e della politica; il mercato è il luogo della tecnica e dello scambio.

            A costo di ripetermi torno al caso Obama-industria automobilistica. La quale ha scelto di produrre un certo tipo di auto (Suv ecc.) per ricchi. La crisi ha fatto crollare questo mercato. Obama si impegna a salvare le imprese a condizione che le auto siano di piccole dimensioni, a basso consumo energetico e poco inquinanti. Da questa decisione politica è nato l’accordo Chrysler-Fiat e la ripresa del mercato. La scelta e gli obbiettivi sono pubblici, dello Stato, lo strumento è il mercato.

            Che cosa porteranno nel mondo le conclusioni del G20 è presto per dirlo, anche se nei commenti più autorevoli non vi è grande ottimismo. E’ significativo, però, che le parole chiave sono state non “globalizzazione”, “deregulation”, ma “governance”, “regole”, “cooperazione”.

 

°°°

 

            Nel 1997 la Fondazione Nenni ha discusso un progetto di nuovo socialismo con importanti contributi tra i quali quelli di Giolitti, di Bobbio. Il testo era astratto perchè dominante era l’ideologia liberista. Oggi quel testo può essere calato nella realtà di un liberismo sconfitto e stimolare la ripresa della ricerca del dibattito nella sinistra per un nuovo socialismo all’altezza dei tempi. Ma la sinistra si è accorta della crisi per le sue drammatiche conseguenze, ma non ha minimamente riflettuto sulle positive prospettive della rinascita del socialismo che la crisi apre. Si direbbe che Giavazzi ed Alesina hanno convinto la ex sinistra comunista con la loro opera “Il liberalismo è di sinistra”: ovviamente di questa “sinistra”.

            Ho proposto a Covatta un sottotitolo “Il socialismo è morto, viva il socialismo!”. Se non si impegna la rivista fondata da Pietro Nenni chi si batterà per far rinascere una grande idea tornata di attualità?

 

                                                                                  Giuseppe Tamburrano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

            “Dalla sera alla mattina non vale più il principio di fondo dell’Occidente, ovvero il libero mercato….Proprio coloro che fin ora avevano rifiutato con veemenza ogni intervento statale, dalla sera al mattino si sono convertiti: si stanno trasformando da neo-liberali in socialisti statalisti, almeno per quanto riguarda singoli punti”: cito Ulrick Beck dal Corriere della Sera del 5 novembre 2008.

            E’ così. Poco tempo prima che la crisi cominciasse a rivelare la sua gravità – sono passati solo pochi mesi – la grande maggioranza della pubblicistica e della politica esaltava le “magnifiche sorti e progressive” del mercato senza regole e della globalizzazione. Nei paesi più poveri, specie dell’Africa sub-sahariana si registravano: aumento generalizzato dei redditi, riduzione delle fame, della miseria, della mortalità infantile, incremento dell’igiene, della scolarità, della sicurezza, elevamento degli standard di libertà e di democrazia. Questi processi, assistiti da “elaborate” statistiche e precisi indici, davano ragione al solito Fukuyama: “la storia è finita” col crollo del comunismo, il mondo è ora unipolare, a modello unico, quello del mercato americano, globalizzato: e unico è il pensiero liberal-liberista. Per anni il guru di Tony Blair ha dettato legge: e la legge era: “Il socialismo in quanto tale è un progetto sepolto in quanto si basava sull’idea che un’economia regolata potesse sostituire i meccanismi di mercato…un termine privo di senso”. Così scriveva il “socialista” Anthony Giddens,  mentre Tremonti che socialista non è sosteneva che è privo di senso un mercato senza regole.

            Vi erano anche altre statistiche di segno diverso: oltre alle celebrazioni del capitalismo globalizzato dei seminari di Davos, vi era la denuncia del Global Forum. Vi erano i fallimenti dei vari programmi ONU, come il Millenium round che fissava al 2015 il dimezzamento della povertà nel mondo. E vi erano le opere di agguerriti scrittori controcorrente da Beck a Stiglitz, Amartia Sen, Yunus, Gallino, Reich…

            Ma il pensiero dominante, se non unico, era quello: il mercato sovrano e la globalizzazione deregolata trionfano.

            A tale pensiero sono stati convertiti i più antichi e incalliti avversari del capitalismo, i comunisti, che dalla fede nel collettivismo sono passati, senza un momento di riflessione, alla fede nel liberismo. Curiosamente racconta di questa conversione Michele Salvati sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 in un articolo dal titolo significativo: “Ritorno a sinistra”, nel quale, tra l’altro, giustamente osserva che la sinistra non si può presentare come la “salvatrice” del sistema perchè ha accettato in pieno il liberismo “con l’entusiamo che solo un neofita può provare” e non può quindi pretendere di dire: “l’avevo detto io”.

            Altrettanto curiosamente, chi si è tirato fuori per primo dall’altra parte  è stato l’intellettuale ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, colui che aveva esaltato la finanza creativa.

            Non intendo soffermarmi sui fattori della crisi sulla quale ha sicuramente inciso la bolla dei subprime. Ma in sostanza la causa più profonda è stata la “finanza creativa” che si è rivelata distruttiva, ed è stata messa alla gogna in vetrina dalle retribuzioni da capogiro intascate dai tanto celebrati manager anche sulle ricapitalizzazioni con i soldi dei contribuenti erogati per salvare l’impresa dal crac da loro provocato, come nel caso più noto, ma certo non unico, dell’AIG. Al paragone i tanto suo tempo bistrattati manager – i boiardi – delle Partecipazioni statali italiani sembrano monachelle.

            Le conseguenze sono devastanti: imprese finanziarie che sembravano indistruttibili sono crollate: due nomi americani – oltre a AIG – fra tanti: Lehman Brothers, Merrill Lynch; sono stati salvati  dallo Stato colossi come la General Motor (ricordate il Presidente Eisenhower:” quello che va bene per General Motor va bene per l’America”); la gravissima crisi edilizia (per i subprime); l’aumento della povertà, delle diseguaglianze e specie della disoccupazione; la forte diminuzione del reddito globale (in continua revisione al ribasso: mentre scrivo al -4,3%): sono fenomeni che, con diversità nazionali, investono tutto il mondo produttivo.

            La globalizzazione è in ritirata: Gordon Brown parla di “deglobalizzazione”. I capitali emigrati rientrano a casa; si privilegiano i prodotti domestici: “buy american”; si riducono le delocalizzazioni; cresce la discriminazione verso i lavoratori immigrati; sui venti Paesi del G.20,  diciassette praticano il protezionismo. E tutto ciò è particolarmente grave in Europa, che è piuttosto un”concerto” di nazioni che una “Comunità”, nella quale ognuno fa ormai a modo suo, e come potenza economica e politica rischia di retrocedere dietro la Cina: non per nulla si parla ormai di G.2: USA e Cina più che di G.8.

            E che cosa possono attendersi i paesi poveri se non una ulteriore riduzione degli aiuti dai paesi ricchi? E che fine faranno i grandi progetti mondiali di energia verde, di riduzione dei gas inquinanti?

            Sulla crisi della globalizzazione nessuna voce è più autorevole dell’Economist. La copertina del n. 6 del 2009 recitava: “Il ritorno del nazionalismo economico” e a pag. 9 nel “leader” si legge: “La globalizzazione sta soffrendo il suo più grosso rovescio nell’era moderna”.

            E veniamo ai rimedi che sono disparati, anzi “disperati”. Interessante, prima di tutto, è la sede in cui si apprestano: non le organizzazioni economiche e finanziarie, il F.M.I, il WTO, la Banca mondiale. No, le terapie si discutono in “casa d’altri”, una casa guardata fin ora con ostilità e tenuta alla larga: i governi, i Parlamenti, lo Stato. Il mercato ha abdicato alla sua sovranità e lo scettro è passato nelle mani pubbliche. Questa si che è una rivoluzione culturale, una rivoluzione “copernicana”. Dalla quale occorre prendere le mosse per capire gli scenari presenti e futuri.

            Le cifre dell’intervento pubblico confermano la svolta epocale. Non sono riuscito a quantificarle, anche perchè, a parte quelle approvate dal Congresso americano, le altre sono “in ballo”. Ma per restare agli Stati Uniti, il dato che sembra certo è  il 12% del PIL impegnato nella ricapitalizzazione delle imprese finanziarie e industriali e nella caccia ai titoli tossici (con il concorso del capitale privato). Migliaia di miliardi di dollari. Alcuni senza peli sulla lingua definiscono queste operazioni come “nazionalizzazioni”. Si può sottilizzare, tra azioni ordinarie, azioni privilegiate, obbligazioni, ma la realtà è che queste imprese, afferrate sull’orlo del baratro, circondate dalla sfiducia del cliente e investite dalla collera dei cittadini difficilmente potranno restituire quegli enormi capitali pubblici e tornare ad essere quelle di prima. Come ha scritto il Times un mondo è finito e non tornerà più.

            Sulla “nazionalizzazione” surrettizia di grandi imprese finanziarie non ci sono dubbi. Che vocabolo usare per definire il rapporto tra il governo americano e la General Motors? Obama licenzia il capo del colosso automobilistico, annuncia un grande piano di risanamento e rende la GM “dipendente” dai programmi del governo, ad esempio nella politica energetica e ambientale. Lo stesso ha fatto Sarkozy che ha ottenuto la liquidazione della dirigenza della Peugeot e vietata la delocalizzazione.

            Se il capitalismo non sarà più quello di ieri, che cosa sarà? C’è poco da scegliere. Le prospettive sono tre: o lo Stato o il mercato o una forma di economia mista. Il mercato senza regole è morto; il collettivismo è stramorto. Avremo il paradosso della statizzazione del capitalismo operata non da Lenin o Palme ma da “lor signori” dell’establishment? O si realizzerà una forma di collaborazione tra Stato (sovrano) e mercato?

            Cito ancora l’Economist, tempio del liberismo: “Manifestamente l’opinione pubblica appoggia la regolazione statale” (n. 8, 2009, p. 58): il titolo di copertina del numero è “The collapse of manufacturing”.

            La parola “nazionalizzazione” trova difficoltà sulla bocca dei capitalisti soprattutto dei turbocapitalisti. Ma è la parola giusta. Se ne riparlerà quando la crisi sarà superata.

            Non c’è nulla di sicuro sullo sbocco della crisi, a causa della sua gravità. Leggo la prosa di Monti sul Corriere della Sera del 22 marzo 2009: c’è una battaglia urgente – scrive – che viene trascurata: contro gli eccessi e la crescita delle diseguaglianze tra paesi e nei paesi. Monti cita uno studio dell’ Economist Intelligence Unit: 95 dei 165 paesi studiati sarebbero “a rischio alto o molto alto nei prossimi due anni”. E i rischi vengono dalla globalizzazione (Monti non ne è stato un alfiere?). Purtroppo “gli Stati hanno sempre meno risorse per assistere coloro che soffrono dalla globalizzazione…I poteri pubblici hanno a lungo assistito passivi agli eccessi del mercato e della finanza. Dinanzi a quella avanzata hanno ritirato, disarmato lo Stato. E se non recupereranno la capacità di contenere le diseguaglianze, gli Stati saranno in gravi difficoltà di fronte alle pesanti conseguenze della crisi”. Si paventa la rivoluzione? E dov’è Lenin? Ancora più esplicito Strauss-Kahn: “La crisi farà salire le tensioni sociali. Una minaccia che potrà sfociare, in alcuni casi, in una guerra” (Corriere della Sera, 24 marzo 2009). E’ il direttore del Fondo monetario internazionale che scrive quelle parole.

 

 

 

Le prospettive

            Partiamo da due dati: 1) il denaro pubblico diventa prevalente nel capitale delle imprese; 2) l’impresa privata non è dunque più “guidata” dalle regole cieche del mercato. Sulla copertina di Newsweek tempo fa è uscito il titolo “Siamo tutti socialisti”. Evidentemente la ricapitalizzazione statale di imprese “capitalistiche” non realizza il socialismo come lo immaginiamo noi. Però ci sono dei mutamenti culturali che pongono le questioni in modo nuovo. Il dilemma Stato o mercato è superato e si pone diversamente: Stato e mercato. Teniamo da parte le teorie riformiste del socialismo da Bernstein a Rosselli, da Palme a Bad Godesberg. Teniamo conto di un solo punto. Se lo Stato contribuisce in modo determinante alla sopravvivenza e allo sviluppo dell’impresa non può certo disinteressarsi della vita e della politica dell’impresa: obbiettivi produttivi, investimenti, salari, dipendenti, ecc. Ed in parte è quello che fanno in particolare gli Stati Uniti e la Francia. E se è lo Stato che orienta l’impresa, lo Stato risponde ai suoi azionisti che sono gli elettori.

            Questo è un punto fondamentale: lo Stato – nelle forme pubbliche più varie: agenzie, comitati e controlli d’azienda, pubbliche consulenze – orienta la vita economica, sulla base di un mandato ottenuto dai cittadini e attraverso organismi partecipati. E certamente il mercato è la bussola sulle preferenze dei consumatori e lo strumento più efficace ed economico di produrre e distribuire nei campi suoi propri. E’ la bussola, non il timone. Il timone è nelle mani dello Stato e il mercato, nei settori in cui prevale il profitto, è lo strumento neutrale di intervento, è uno strumento sussidiario, funzionale al servizio dei fini decisi dallo Stato. Insieme ad altri strumenti pubblici, semipubblici, privati, dalle cooperative al volontariato.

            Se questa è la nuova “ideologia” del capitalismo essa riguarda noi socialisti molto da vicino: perchè, anche se la cosiddetta sinistra non se ne è accorta, essa è simile alla “ideologia” del socialismo riformista che guarda allo strumento dell’intervento pubblico non nel piano, ma prevalentemente nel mercato. Il punto di partenza sta nella distinzione tra fini e mezzi. Nella logica pura del liberismo il mercato individua i fini, cioè le cose da produrre e appresta il mezzo; la concorrenza è stimolata dal profitto. Nella logica del socialismo riformista è il cittadino che sceglie i fini. Il fine è il regno della democrazia e della politica; il mercato è il luogo della tecnica e dello scambio.

            A costo di ripetermi torno al caso Obama-industria automobilistica. La quale ha scelto di produrre un certo tipo di auto (Suv ecc.) per ricchi. La crisi ha fatto crollare questo mercato. Obama si impegna a salvare le imprese a condizione che le auto siano di piccole dimensioni, a basso consumo energetico e poco inquinanti. Da questa decisione politica è nato l’accordo Chrysler-Fiat e la ripresa del mercato. La scelta e gli obbiettivi sono pubblici, dello Stato, lo strumento è il mercato.

            Che cosa porteranno nel mondo le conclusioni del G20 è presto per dirlo, anche se nei commenti più autorevoli non vi è grande ottimismo. E’ significativo, però, che le parole chiave sono state non “globalizzazione”, “deregulation”, ma “governance”, “regole”, “cooperazione”.

 

°°°

 

            Nel 1997 la Fondazione Nenni ha discusso un progetto di nuovo socialismo con importanti contributi tra i quali quelli di Giolitti, di Bobbio. Il testo era astratto perchè dominante era l’ideologia liberista. Oggi quel testo può essere calato nella realtà di un liberismo sconfitto e stimolare la ripresa della ricerca del dibattito nella sinistra per un nuovo socialismo all’altezza dei tempi. Ma la sinistra si è accorta della crisi per le sue drammatiche conseguenze, ma non ha minimamente riflettuto sulle positive prospettive della rinascita del socialismo che la crisi apre. Si direbbe che Giavazzi ed Alesina hanno convinto la ex sinistra comunista con la loro opera “Il liberalismo è di sinistra”: ovviamente di questa “sinistra”.

            Ho proposto a Covatta un sottotitolo “Il socialismo è morto, viva il socialismo!”. Se non si impegna la rivista fondata da Pietro Nenni chi si batterà per far rinascere una grande idea tornata di attualità?

 

                                                                                  Giuseppe Tamburrano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

            “Dalla sera alla mattina non vale più il principio di fondo dell’Occidente, ovvero il libero mercato….Proprio coloro che fin ora avevano rifiutato con veemenza ogni intervento statale, dalla sera al mattino si sono convertiti: si stanno trasformando da neo-liberali in socialisti statalisti, almeno per quanto riguarda singoli punti”: cito Ulrick Beck dal Corriere della Sera del 5 novembre 2008.

            E’ così. Poco tempo prima che la crisi cominciasse a rivelare la sua gravità – sono passati solo pochi mesi – la grande maggioranza della pubblicistica e della politica esaltava le “magnifiche sorti e progressive” del mercato senza regole e della globalizzazione. Nei paesi più poveri, specie dell’Africa sub-sahariana si registravano: aumento generalizzato dei redditi, riduzione delle fame, della miseria, della mortalità infantile, incremento dell’igiene, della scolarità, della sicurezza, elevamento degli standard di libertà e di democrazia. Questi processi, assistiti da “elaborate” statistiche e precisi indici, davano ragione al solito Fukuyama: “la storia è finita” col crollo del comunismo, il mondo è ora unipolare, a modello unico, quello del mercato americano, globalizzato: e unico è il pensiero liberal-liberista. Per anni il guru di Tony Blair ha dettato legge: e la legge era: “Il socialismo in quanto tale è un progetto sepolto in quanto si basava sull’idea che un’economia regolata potesse sostituire i meccanismi di mercato…un termine privo di senso”. Così scriveva il “socialista” Anthony Giddens,  mentre Tremonti che socialista non è sosteneva che è privo di senso un mercato senza regole.

            Vi erano anche altre statistiche di segno diverso: oltre alle celebrazioni del capitalismo globalizzato dei seminari di Davos, vi era la denuncia del Global Forum. Vi erano i fallimenti dei vari programmi ONU, come il Millenium round che fissava al 2015 il dimezzamento della povertà nel mondo. E vi erano le opere di agguerriti scrittori controcorrente da Beck a Stiglitz, Amartia Sen, Yunus, Gallino, Reich…

            Ma il pensiero dominante, se non unico, era quello: il mercato sovrano e la globalizzazione deregolata trionfano.

            A tale pensiero sono stati convertiti i più antichi e incalliti avversari del capitalismo, i comunisti, che dalla fede nel collettivismo sono passati, senza un momento di riflessione, alla fede nel liberismo. Curiosamente racconta di questa conversione Michele Salvati sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 in un articolo dal titolo significativo: “Ritorno a sinistra”, nel quale, tra l’altro, giustamente osserva che la sinistra non si può presentare come la “salvatrice” del sistema perchè ha accettato in pieno il liberismo “con l’entusiamo che solo un neofita può provare” e non può quindi pretendere di dire: “l’avevo detto io”.

            Altrettanto curiosamente, chi si è tirato fuori per primo dall’altra parte  è stato l’intellettuale ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, colui che aveva esaltato la finanza creativa.

            Non intendo soffermarmi sui fattori della crisi sulla quale ha sicuramente inciso la bolla dei subprime. Ma in sostanza la causa più profonda è stata la “finanza creativa” che si è rivelata distruttiva, ed è stata messa alla gogna in vetrina dalle retribuzioni da capogiro intascate dai tanto celebrati manager anche sulle ricapitalizzazioni con i soldi dei contribuenti erogati per salvare l’impresa dal crac da loro provocato, come nel caso più noto, ma certo non unico, dell’AIG. Al paragone i tanto suo tempo bistrattati manager – i boiardi – delle Partecipazioni statali italiani sembrano monachelle.

            Le conseguenze sono devastanti: imprese finanziarie che sembravano indistruttibili sono crollate: due nomi americani – oltre a AIG – fra tanti: Lehman Brothers, Merrill Lynch; sono stati salvati  dallo Stato colossi come la General Motor (ricordate il Presidente Eisenhower:” quello che va bene per General Motor va bene per l’America”); la gravissima crisi edilizia (per i subprime); l’aumento della povertà, delle diseguaglianze e specie della disoccupazione; la forte diminuzione del reddito globale (in continua revisione al ribasso: mentre scrivo al -4,3%): sono fenomeni che, con diversità nazionali, investono tutto il mondo produttivo.

            La globalizzazione è in ritirata: Gordon Brown parla di “deglobalizzazione”. I capitali emigrati rientrano a casa; si privilegiano i prodotti domestici: “buy american”; si riducono le delocalizzazioni; cresce la discriminazione verso i lavoratori immigrati; sui venti Paesi del G.20,  diciassette praticano il protezionismo. E tutto ciò è particolarmente grave in Europa, che è piuttosto un”concerto” di nazioni che una “Comunità”, nella quale ognuno fa ormai a modo suo, e come potenza economica e politica rischia di retrocedere dietro la Cina: non per nulla si parla ormai di G.2: USA e Cina più che di G.8.

            E che cosa possono attendersi i paesi poveri se non una ulteriore riduzione degli aiuti dai paesi ricchi? E che fine faranno i grandi progetti mondiali di energia verde, di riduzione dei gas inquinanti?

            Sulla crisi della globalizzazione nessuna voce è più autorevole dell’Economist. La copertina del n. 6 del 2009 recitava: “Il ritorno del nazionalismo economico” e a pag. 9 nel “leader” si legge: “La globalizzazione sta soffrendo il suo più grosso rovescio nell’era moderna”.

            E veniamo ai rimedi che sono disparati, anzi “disperati”. Interessante, prima di tutto, è la sede in cui si apprestano: non le organizzazioni economiche e finanziarie, il F.M.I, il WTO, la Banca mondiale. No, le terapie si discutono in “casa d’altri”, una casa guardata fin ora con ostilità e tenuta alla larga: i governi, i Parlamenti, lo Stato. Il mercato ha abdicato alla sua sovranità e lo scettro è passato nelle mani pubbliche. Questa si che è una rivoluzione culturale, una rivoluzione “copernicana”. Dalla quale occorre prendere le mosse per capire gli scenari presenti e futuri.

            Le cifre dell’intervento pubblico confermano la svolta epocale. Non sono riuscito a quantificarle, anche perchè, a parte quelle approvate dal Congresso americano, le altre sono “in ballo”. Ma per restare agli Stati Uniti, il dato che sembra certo è  il 12% del PIL impegnato nella ricapitalizzazione delle imprese finanziarie e industriali e nella caccia ai titoli tossici (con il concorso del capitale privato). Migliaia di miliardi di dollari. Alcuni senza peli sulla lingua definiscono queste operazioni come “nazionalizzazioni”. Si può sottilizzare, tra azioni ordinarie, azioni privilegiate, obbligazioni, ma la realtà è che queste imprese, afferrate sull’orlo del baratro, circondate dalla sfiducia del cliente e investite dalla collera dei cittadini difficilmente potranno restituire quegli enormi capitali pubblici e tornare ad essere quelle di prima. Come ha scritto il Times un mondo è finito e non tornerà più.

            Sulla “nazionalizzazione” surrettizia di grandi imprese finanziarie non ci sono dubbi. Che vocabolo usare per definire il rapporto tra il governo americano e la General Motors? Obama licenzia il capo del colosso automobilistico, annuncia un grande piano di risanamento e rende la GM “dipendente” dai programmi del governo, ad esempio nella politica energetica e ambientale. Lo stesso ha fatto Sarkozy che ha ottenuto la liquidazione della dirigenza della Peugeot e vietata la delocalizzazione.

            Se il capitalismo non sarà più quello di ieri, che cosa sarà? C’è poco da scegliere. Le prospettive sono tre: o lo Stato o il mercato o una forma di economia mista. Il mercato senza regole è morto; il collettivismo è stramorto. Avremo il paradosso della statizzazione del capitalismo operata non da Lenin o Palme ma da “lor signori” dell’establishment? O si realizzerà una forma di collaborazione tra Stato (sovrano) e mercato?

            Cito ancora l’Economist, tempio del liberismo: “Manifestamente l’opinione pubblica appoggia la regolazione statale” (n. 8, 2009, p. 58): il titolo di copertina del numero è “The collapse of manufacturing”.

            La parola “nazionalizzazione” trova difficoltà sulla bocca dei capitalisti soprattutto dei turbocapitalisti. Ma è la parola giusta. Se ne riparlerà quando la crisi sarà superata.

            Non c’è nulla di sicuro sullo sbocco della crisi, a causa della sua gravità. Leggo la prosa di Monti sul Corriere della Sera del 22 marzo 2009: c’è una battaglia urgente – scrive – che viene trascurata: contro gli eccessi e la crescita delle diseguaglianze tra paesi e nei paesi. Monti cita uno studio dell’ Economist Intelligence Unit: 95 dei 165 paesi studiati sarebbero “a rischio alto o molto alto nei prossimi due anni”. E i rischi vengono dalla globalizzazione (Monti non ne è stato un alfiere?). Purtroppo “gli Stati hanno sempre meno risorse per assistere coloro che soffrono dalla globalizzazione…I poteri pubblici hanno a lungo assistito passivi agli eccessi del mercato e della finanza. Dinanzi a quella avanzata hanno ritirato, disarmato lo Stato. E se non recupereranno la capacità di contenere le diseguaglianze, gli Stati saranno in gravi difficoltà di fronte alle pesanti conseguenze della crisi”. Si paventa la rivoluzione? E dov’è Lenin? Ancora più esplicito Strauss-Kahn: “La crisi farà salire le tensioni sociali. Una minaccia che potrà sfociare, in alcuni casi, in una guerra” (Corriere della Sera, 24 marzo 2009). E’ il direttore del Fondo monetario internazionale che scrive quelle parole.

 

 

 

Le prospettive

            Partiamo da due dati: 1) il denaro pubblico diventa prevalente nel capitale delle imprese; 2) l’impresa privata non è dunque più “guidata” dalle regole cieche del mercato. Sulla copertina di Newsweek tempo fa è uscito il titolo “Siamo tutti socialisti”. Evidentemente la ricapitalizzazione statale di imprese “capitalistiche” non realizza il socialismo come lo immaginiamo noi. Però ci sono dei mutamenti culturali che pongono le questioni in modo nuovo. Il dilemma Stato o mercato è superato e si pone diversamente: Stato e mercato. Teniamo da parte le teorie riformiste del socialismo da Bernstein a Rosselli, da Palme a Bad Godesberg. Teniamo conto di un solo punto. Se lo Stato contribuisce in modo determinante alla sopravvivenza e allo sviluppo dell’impresa non può certo disinteressarsi della vita e della politica dell’impresa: obbiettivi produttivi, investimenti, salari, dipendenti, ecc. Ed in parte è quello che fanno in particolare gli Stati Uniti e la Francia. E se è lo Stato che orienta l’impresa, lo Stato risponde ai suoi azionisti che sono gli elettori.

            Questo è un punto fondamentale: lo Stato – nelle forme pubbliche più varie: agenzie, comitati e controlli d’azienda, pubbliche consulenze – orienta la vita economica, sulla base di un mandato ottenuto dai cittadini e attraverso organismi partecipati. E certamente il mercato è la bussola sulle preferenze dei consumatori e lo strumento più efficace ed economico di produrre e distribuire nei campi suoi propri. E’ la bussola, non il timone. Il timone è nelle mani dello Stato e il mercato, nei settori in cui prevale il profitto, è lo strumento neutrale di intervento, è uno strumento sussidiario, funzionale al servizio dei fini decisi dallo Stato. Insieme ad altri strumenti pubblici, semipubblici, privati, dalle cooperative al volontariato.

            Se questa è la nuova “ideologia” del capitalismo essa riguarda noi socialisti molto da vicino: perchè, anche se la cosiddetta sinistra non se ne è accorta, essa è simile alla “ideologia” del socialismo riformista che guarda allo strumento dell’intervento pubblico non nel piano, ma prevalentemente nel mercato. Il punto di partenza sta nella distinzione tra fini e mezzi. Nella logica pura del liberismo il mercato individua i fini, cioè le cose da produrre e appresta il mezzo; la concorrenza è stimolata dal profitto. Nella logica del socialismo riformista è il cittadino che sceglie i fini. Il fine è il regno della democrazia e della politica; il mercato è il luogo della tecnica e dello scambio.

            A costo di ripetermi torno al caso Obama-industria automobilistica. La quale ha scelto di produrre un certo tipo di auto (Suv ecc.) per ricchi. La crisi ha fatto crollare questo mercato. Obama si impegna a salvare le imprese a condizione che le auto siano di piccole dimensioni, a basso consumo energetico e poco inquinanti. Da questa decisione politica è nato l’accordo Chrysler-Fiat e la ripresa del mercato. La scelta e gli obbiettivi sono pubblici, dello Stato, lo strumento è il mercato.

            Che cosa porteranno nel mondo le conclusioni del G20 è presto per dirlo, anche se nei commenti più autorevoli non vi è grande ottimismo. E’ significativo, però, che le parole chiave sono state non “globalizzazione”, “deregulation”, ma “governance”, “regole”, “cooperazione”.

 

°°°

 

            Nel 1997 la Fondazione Nenni ha discusso un progetto di nuovo socialismo con importanti contributi tra i quali quelli di Giolitti, di Bobbio. Il testo era astratto perchè dominante era l’ideologia liberista. Oggi quel testo può essere calato nella realtà di un liberismo sconfitto e stimolare la ripresa della ricerca del dibattito nella sinistra per un nuovo socialismo all’altezza dei tempi. Ma la sinistra si è accorta della crisi per le sue drammatiche conseguenze, ma non ha minimamente riflettuto sulle positive prospettive della rinascita del socialismo che la crisi apre. Si direbbe che Giavazzi ed Alesina hanno convinto la ex sinistra comunista con la loro opera “Il liberalismo è di sinistra”: ovviamente di questa “sinistra”.

            Ho proposto a Covatta un sottotitolo “Il socialismo è morto, viva il socialismo!”. Se non si impegna la rivista fondata da Pietro Nenni chi si batterà per far rinascere una grande idea tornata di attualità?

 

                                                                                  Giuseppe Tamburrano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

            “Dalla sera alla mattina non vale più il principio di fondo dell’Occidente, ovvero il libero mercato….Proprio coloro che fin ora avevano rifiutato con veemenza ogni intervento statale, dalla sera al mattino si sono convertiti: si stanno trasformando da neo-liberali in socialisti statalisti, almeno per quanto riguarda singoli punti”: cito Ulrick Beck dal Corriere della Sera del 5 novembre 2008.

            E’ così. Poco tempo prima che la crisi cominciasse a rivelare la sua gravità – sono passati solo pochi mesi – la grande maggioranza della pubblicistica e della politica esaltava le “magnifiche sorti e progressive” del mercato senza regole e della globalizzazione. Nei paesi più poveri, specie dell’Africa sub-sahariana si registravano: aumento generalizzato dei redditi, riduzione delle fame, della miseria, della mortalità infantile, incremento dell’igiene, della scolarità, della sicurezza, elevamento degli standard di libertà e di democrazia. Questi processi, assistiti da “elaborate” statistiche e precisi indici, davano ragione al solito Fukuyama: “la storia è finita” col crollo del comunismo, il mondo è ora unipolare, a modello unico, quello del mercato americano, globalizzato: e unico è il pensiero liberal-liberista. Per anni il guru di Tony Blair ha dettato legge: e la legge era: “Il socialismo in quanto tale è un progetto sepolto in quanto si basava sull’idea che un’economia regolata potesse sostituire i meccanismi di mercato…un termine privo di senso”. Così scriveva il “socialista” Anthony Giddens,  mentre Tremonti che socialista non è sosteneva che è privo di senso un mercato senza regole.

            Vi erano anche altre statistiche di segno diverso: oltre alle celebrazioni del capitalismo globalizzato dei seminari di Davos, vi era la denuncia del Global Forum. Vi erano i fallimenti dei vari programmi ONU, come il Millenium round che fissava al 2015 il dimezzamento della povertà nel mondo. E vi erano le opere di agguerriti scrittori controcorrente da Beck a Stiglitz, Amartia Sen, Yunus, Gallino, Reich…

            Ma il pensiero dominante, se non unico, era quello: il mercato sovrano e la globalizzazione deregolata trionfano.

            A tale pensiero sono stati convertiti i più antichi e incalliti avversari del capitalismo, i comunisti, che dalla fede nel collettivismo sono passati, senza un momento di riflessione, alla fede nel liberismo. Curiosamente racconta di questa conversione Michele Salvati sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 in un articolo dal titolo significativo: “Ritorno a sinistra”, nel quale, tra l’altro, giustamente osserva che la sinistra non si può presentare come la “salvatrice” del sistema perchè ha accettato in pieno il liberismo “con l’entusiamo che solo un neofita può provare” e non può quindi pretendere di dire: “l’avevo detto io”.

            Altrettanto curiosamente, chi si è tirato fuori per primo dall’altra parte  è stato l’intellettuale ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, colui che aveva esaltato la finanza creativa.

            Non intendo soffermarmi sui fattori della crisi sulla quale ha sicuramente inciso la bolla dei subprime. Ma in sostanza la causa più profonda è stata la “finanza creativa” che si è rivelata distruttiva, ed è stata messa alla gogna in vetrina dalle retribuzioni da capogiro intascate dai tanto celebrati manager anche sulle ricapitalizzazioni con i soldi dei contribuenti erogati per salvare l’impresa dal crac da loro provocato, come nel caso più noto, ma certo non unico, dell’AIG. Al paragone i tanto suo tempo bistrattati manager – i boiardi – delle Partecipazioni statali italiani sembrano monachelle.

            Le conseguenze sono devastanti: imprese finanziarie che sembravano indistruttibili sono crollate: due nomi americani – oltre a AIG – fra tanti: Lehman Brothers, Merrill Lynch; sono stati salvati  dallo Stato colossi come la General Motor (ricordate il Presidente Eisenhower:” quello che va bene per General Motor va bene per l’America”); la gravissima crisi edilizia (per i subprime); l’aumento della povertà, delle diseguaglianze e specie della disoccupazione; la forte diminuzione del reddito globale (in continua revisione al ribasso: mentre scrivo al -4,3%): sono fenomeni che, con diversità nazionali, investono tutto il mondo produttivo.

            La globalizzazione è in ritirata: Gordon Brown parla di “deglobalizzazione”. I capitali emigrati rientrano a casa; si privilegiano i prodotti domestici: “buy american”; si riducono le delocalizzazioni; cresce la discriminazione verso i lavoratori immigrati; sui venti Paesi del G.20,  diciassette praticano il protezionismo. E tutto ciò è particolarmente grave in Europa, che è piuttosto un”concerto” di nazioni che una “Comunità”, nella quale ognuno fa ormai a modo suo, e come potenza economica e politica rischia di retrocedere dietro la Cina: non per nulla si parla ormai di G.2: USA e Cina più che di G.8.

            E che cosa possono attendersi i paesi poveri se non una ulteriore riduzione degli aiuti dai paesi ricchi? E che fine faranno i grandi progetti mondiali di energia verde, di riduzione dei gas inquinanti?

            Sulla crisi della globalizzazione nessuna voce è più autorevole dell’Economist. La copertina del n. 6 del 2009 recitava: “Il ritorno del nazionalismo economico” e a pag. 9 nel “leader” si legge: “La globalizzazione sta soffrendo il suo più grosso rovescio nell’era moderna”.

            E veniamo ai rimedi che sono disparati, anzi “disperati”. Interessante, prima di tutto, è la sede in cui si apprestano: non le organizzazioni economiche e finanziarie, il F.M.I, il WTO, la Banca mondiale. No, le terapie si discutono in “casa d’altri”, una casa guardata fin ora con ostilità e tenuta alla larga: i governi, i Parlamenti, lo Stato. Il mercato ha abdicato alla sua sovranità e lo scettro è passato nelle mani pubbliche. Questa si che è una rivoluzione culturale, una rivoluzione “copernicana”. Dalla quale occorre prendere le mosse per capire gli scenari presenti e futuri.

            Le cifre dell’intervento pubblico confermano la svolta epocale. Non sono riuscito a quantificarle, anche perchè, a parte quelle approvate dal Congresso americano, le altre sono “in ballo”. Ma per restare agli Stati Uniti, il dato che sembra certo è  il 12% del PIL impegnato nella ricapitalizzazione delle imprese finanziarie e industriali e nella caccia ai titoli tossici (con il concorso del capitale privato). Migliaia di miliardi di dollari. Alcuni senza peli sulla lingua definiscono queste operazioni come “nazionalizzazioni”. Si può sottilizzare, tra azioni ordinarie, azioni privilegiate, obbligazioni, ma la realtà è che queste imprese, afferrate sull’orlo del baratro, circondate dalla sfiducia del cliente e investite dalla collera dei cittadini difficilmente potranno restituire quegli enormi capitali pubblici e tornare ad essere quelle di prima. Come ha scritto il Times un mondo è finito e non tornerà più.

            Sulla “nazionalizzazione” surrettizia di grandi imprese finanziarie non ci sono dubbi. Che vocabolo usare per definire il rapporto tra il governo americano e la General Motors? Obama licenzia il capo del colosso automobilistico, annuncia un grande piano di risanamento e rende la GM “dipendente” dai programmi del governo, ad esempio nella politica energetica e ambientale. Lo stesso ha fatto Sarkozy che ha ottenuto la liquidazione della dirigenza della Peugeot e vietata la delocalizzazione.

            Se il capitalismo non sarà più quello di ieri, che cosa sarà? C’è poco da scegliere. Le prospettive sono tre: o lo Stato o il mercato o una forma di economia mista. Il mercato senza regole è morto; il collettivismo è stramorto. Avremo il paradosso della statizzazione del capitalismo operata non da Lenin o Palme ma da “lor signori” dell’establishment? O si realizzerà una forma di collaborazione tra Stato (sovrano) e mercato?

            Cito ancora l’Economist, tempio del liberismo: “Manifestamente l’opinione pubblica appoggia la regolazione statale” (n. 8, 2009, p. 58): il titolo di copertina del numero è “The collapse of manufacturing”.

            La parola “nazionalizzazione” trova difficoltà sulla bocca dei capitalisti soprattutto dei turbocapitalisti. Ma è la parola giusta. Se ne riparlerà quando la crisi sarà superata.

            Non c’è nulla di sicuro sullo sbocco della crisi, a causa della sua gravità. Leggo la prosa di Monti sul Corriere della Sera del 22 marzo 2009: c’è una battaglia urgente – scrive – che viene trascurata: contro gli eccessi e la crescita delle diseguaglianze tra paesi e nei paesi. Monti cita uno studio dell’ Economist Intelligence Unit: 95 dei 165 paesi studiati sarebbero “a rischio alto o molto alto nei prossimi due anni”. E i rischi vengono dalla globalizzazione (Monti non ne è stato un alfiere?). Purtroppo “gli Stati hanno sempre meno risorse per assistere coloro che soffrono dalla globalizzazione…I poteri pubblici hanno a lungo assistito passivi agli eccessi del mercato e della finanza. Dinanzi a quella avanzata hanno ritirato, disarmato lo Stato. E se non recupereranno la capacità di contenere le diseguaglianze, gli Stati saranno in gravi difficoltà di fronte alle pesanti conseguenze della crisi”. Si paventa la rivoluzione? E dov’è Lenin? Ancora più esplicito Strauss-Kahn: “La crisi farà salire le tensioni sociali. Una minaccia che potrà sfociare, in alcuni casi, in una guerra” (Corriere della Sera, 24 marzo 2009). E’ il direttore del Fondo monetario internazionale che scrive quelle parole.

 

 

 

Le prospettive

            Partiamo da due dati: 1) il denaro pubblico diventa prevalente nel capitale delle imprese; 2) l’impresa privata non è dunque più “guidata” dalle regole cieche del mercato. Sulla copertina di Newsweek tempo fa è uscito il titolo “Siamo tutti socialisti”. Evidentemente la ricapitalizzazione statale di imprese “capitalistiche” non realizza il socialismo come lo immaginiamo noi. Però ci sono dei mutamenti culturali che pongono le questioni in modo nuovo. Il dilemma Stato o mercato è superato e si pone diversamente: Stato e mercato. Teniamo da parte le teorie riformiste del socialismo da Bernstein a Rosselli, da Palme a Bad Godesberg. Teniamo conto di un solo punto. Se lo Stato contribuisce in modo determinante alla sopravvivenza e allo sviluppo dell’impresa non può certo disinteressarsi della vita e della politica dell’impresa: obbiettivi produttivi, investimenti, salari, dipendenti, ecc. Ed in parte è quello che fanno in particolare gli Stati Uniti e la Francia. E se è lo Stato che orienta l’impresa, lo Stato risponde ai suoi azionisti che sono gli elettori.

            Questo è un punto fondamentale: lo Stato – nelle forme pubbliche più varie: agenzie, comitati e controlli d’azienda, pubbliche consulenze – orienta la vita economica, sulla base di un mandato ottenuto dai cittadini e attraverso organismi partecipati. E certamente il mercato è la bussola sulle preferenze dei consumatori e lo strumento più efficace ed economico di produrre e distribuire nei campi suoi propri. E’ la bussola, non il timone. Il timone è nelle mani dello Stato e il mercato, nei settori in cui prevale il profitto, è lo strumento neutrale di intervento, è uno strumento sussidiario, funzionale al servizio dei fini decisi dallo Stato. Insieme ad altri strumenti pubblici, semipubblici, privati, dalle cooperative al volontariato.

            Se questa è la nuova “ideologia” del capitalismo essa riguarda noi socialisti molto da vicino: perchè, anche se la cosiddetta sinistra non se ne è accorta, essa è simile alla “ideologia” del socialismo riformista che guarda allo strumento dell’intervento pubblico non nel piano, ma prevalentemente nel mercato. Il punto di partenza sta nella distinzione tra fini e mezzi. Nella logica pura del liberismo il mercato individua i fini, cioè le cose da produrre e appresta il mezzo; la concorrenza è stimolata dal profitto. Nella logica del socialismo riformista è il cittadino che sceglie i fini. Il fine è il regno della democrazia e della politica; il mercato è il luogo della tecnica e dello scambio.

            A costo di ripetermi torno al caso Obama-industria automobilistica. La quale ha scelto di produrre un certo tipo di auto (Suv ecc.) per ricchi. La crisi ha fatto crollare questo mercato. Obama si impegna a salvare le imprese a condizione che le auto siano di piccole dimensioni, a basso consumo energetico e poco inquinanti. Da questa decisione politica è nato l’accordo Chrysler-Fiat e la ripresa del mercato. La scelta e gli obbiettivi sono pubblici, dello Stato, lo strumento è il mercato.

            Che cosa porteranno nel mondo le conclusioni del G20 è presto per dirlo, anche se nei commenti più autorevoli non vi è grande ottimismo. E’ significativo, però, che le parole chiave sono state non “globalizzazione”, “deregulation”, ma “governance”, “regole”, “cooperazione”.

 

°°°

 

            Nel 1997 la Fondazione Nenni ha discusso un progetto di nuovo socialismo con importanti contributi tra i quali quelli di Giolitti, di Bobbio. Il testo era astratto perchè dominante era l’ideologia liberista. Oggi quel testo può essere calato nella realtà di un liberismo sconfitto e stimolare la ripresa della ricerca del dibattito nella sinistra per un nuovo socialismo all’altezza dei tempi. Ma la sinistra si è accorta della crisi per le sue drammatiche conseguenze, ma non ha minimamente riflettuto sulle positive prospettive della rinascita del socialismo che la crisi apre. Si direbbe che Giavazzi ed Alesina hanno convinto la ex sinistra comunista con la loro opera “Il liberalismo è di sinistra”: ovviamente di questa “sinistra”.

            Ho proposto a Covatta un sottotitolo “Il socialismo è morto, viva il socialismo!”. Se non si impegna la rivista fondata da Pietro Nenni chi si batterà per far rinascere una grande idea tornata di attualità?

 

                                                                                  Giuseppe Tamburrano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

            “Dalla sera alla mattina non vale più il principio di fondo dell’Occidente, ovvero il libero mercato….Proprio coloro che fin ora avevano rifiutato con veemenza ogni intervento statale, dalla sera al mattino si sono convertiti: si stanno trasformando da neo-liberali in socialisti statalisti, almeno per quanto riguarda singoli punti”: cito Ulrick Beck dal Corriere della Sera del 5 novembre 2008.

            E’ così. Poco tempo prima che la crisi cominciasse a rivelare la sua gravità – sono passati solo pochi mesi – la grande maggioranza della pubblicistica e della politica esaltava le “magnifiche sorti e progressive” del mercato senza regole e della globalizzazione. Nei paesi più poveri, specie dell’Africa sub-sahariana si registravano: aumento generalizzato dei redditi, riduzione delle fame, della miseria, della mortalità infantile, incremento dell’igiene, della scolarità, della sicurezza, elevamento degli standard di libertà e di democrazia. Questi processi, assistiti da “elaborate” statistiche e precisi indici, davano ragione al solito Fukuyama: “la storia è finita” col crollo del comunismo, il mondo è ora unipolare, a modello unico, quello del mercato americano, globalizzato: e unico è il pensiero liberal-liberista. Per anni il guru di Tony Blair ha dettato legge: e la legge era: “Il socialismo in quanto tale è un progetto sepolto in quanto si basava sull’idea che un’economia regolata potesse sostituire i meccanismi di mercato…un termine privo di senso”. Così scriveva il “socialista” Anthony Giddens,  mentre Tremonti che socialista non è sosteneva che è privo di senso un mercato senza regole.

            Vi erano anche altre statistiche di segno diverso: oltre alle celebrazioni del capitalismo globalizzato dei seminari di Davos, vi era la denuncia del Global Forum. Vi erano i fallimenti dei vari programmi ONU, come il Millenium round che fissava al 2015 il dimezzamento della povertà nel mondo. E vi erano le opere di agguerriti scrittori controcorrente da Beck a Stiglitz, Amartia Sen, Yunus, Gallino, Reich…

            Ma il pensiero dominante, se non unico, era quello: il mercato sovrano e la globalizzazione deregolata trionfano.

            A tale pensiero sono stati convertiti i più antichi e incalliti avversari del capitalismo, i comunisti, che dalla fede nel collettivismo sono passati, senza un momento di riflessione, alla fede nel liberismo. Curiosamente racconta di questa conversione Michele Salvati sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 in un articolo dal titolo significativo: “Ritorno a sinistra”, nel quale, tra l’altro, giustamente osserva che la sinistra non si può presentare come la “salvatrice” del sistema perchè ha accettato in pieno il liberismo “con l’entusiamo che solo un neofita può provare” e non può quindi pretendere di dire: “l’avevo detto io”.

            Altrettanto curiosamente, chi si è tirato fuori per primo dall’altra parte  è stato l’intellettuale ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, colui che aveva esaltato la finanza creativa.

            Non intendo soffermarmi sui fattori della crisi sulla quale ha sicuramente inciso la bolla dei subprime. Ma in sostanza la causa più profonda è stata la “finanza creativa” che si è rivelata distruttiva, ed è stata messa alla gogna in vetrina dalle retribuzioni da capogiro intascate dai tanto celebrati manager anche sulle ricapitalizzazioni con i soldi dei contribuenti erogati per salvare l’impresa dal crac da loro provocato, come nel caso più noto, ma certo non unico, dell’AIG. Al paragone i tanto suo tempo bistrattati manager – i boiardi – delle Partecipazioni statali italiani sembrano monachelle.

            Le conseguenze sono devastanti: imprese finanziarie che sembravano indistruttibili sono crollate: due nomi americani – oltre a AIG – fra tanti: Lehman Brothers, Merrill Lynch; sono stati salvati  dallo Stato colossi come la General Motor (ricordate il Presidente Eisenhower:” quello che va bene per General Motor va bene per l’America”); la gravissima crisi edilizia (per i subprime); l’aumento della povertà, delle diseguaglianze e specie della disoccupazione; la forte diminuzione del reddito globale (in continua revisione al ribasso: mentre scrivo al -4,3%): sono fenomeni che, con diversità nazionali, investono tutto il mondo produttivo.

            La globalizzazione è in ritirata: Gordon Brown parla di “deglobalizzazione”. I capitali emigrati rientrano a casa; si privilegiano i prodotti domestici: “buy american”; si riducono le delocalizzazioni; cresce la discriminazione verso i lavoratori immigrati; sui venti Paesi del G.20,  diciassette praticano il protezionismo. E tutto ciò è particolarmente grave in Europa, che è piuttosto un”concerto” di nazioni che una “Comunità”, nella quale ognuno fa ormai a modo suo, e come potenza economica e politica rischia di retrocedere dietro la Cina: non per nulla si parla ormai di G.2: USA e Cina più che di G.8.

            E che cosa possono attendersi i paesi poveri se non una ulteriore riduzione degli aiuti dai paesi ricchi? E che fine faranno i grandi progetti mondiali di energia verde, di riduzione dei gas inquinanti?

            Sulla crisi della globalizzazione nessuna voce è più autorevole dell’Economist. La copertina del n. 6 del 2009 recitava: “Il ritorno del nazionalismo economico” e a pag. 9 nel “leader” si legge: “La globalizzazione sta soffrendo il suo più grosso rovescio nell’era moderna”.

            E veniamo ai rimedi che sono disparati, anzi “disperati”. Interessante, prima di tutto, è la sede in cui si apprestano: non le organizzazioni economiche e finanziarie, il F.M.I, il WTO, la Banca mondiale. No, le terapie si discutono in “casa d’altri”, una casa guardata fin ora con ostilità e tenuta alla larga: i governi, i Parlamenti, lo Stato. Il mercato ha abdicato alla sua sovranità e lo scettro è passato nelle mani pubbliche. Questa si che è una rivoluzione culturale, una rivoluzione “copernicana”. Dalla quale occorre prendere le mosse per capire gli scenari presenti e futuri.

            Le cifre dell’intervento pubblico confermano la svolta epocale. Non sono riuscito a quantificarle, anche perchè, a parte quelle approvate dal Congresso americano, le altre sono “in ballo”. Ma per restare agli Stati Uniti, il dato che sembra certo è  il 12% del PIL impegnato nella ricapitalizzazione delle imprese finanziarie e industriali e nella caccia ai titoli tossici (con il concorso del capitale privato). Migliaia di miliardi di dollari. Alcuni senza peli sulla lingua definiscono queste operazioni come “nazionalizzazioni”. Si può sottilizzare, tra azioni ordinarie, azioni privilegiate, obbligazioni, ma la realtà è che queste imprese, afferrate sull’orlo del baratro, circondate dalla sfiducia del cliente e investite dalla collera dei cittadini difficilmente potranno restituire quegli enormi capitali pubblici e tornare ad essere quelle di prima. Come ha scritto il Times un mondo è finito e non tornerà più.

            Sulla “nazionalizzazione” surrettizia di grandi imprese finanziarie non ci sono dubbi. Che vocabolo usare per definire il rapporto tra il governo americano e la General Motors? Obama licenzia il capo del colosso automobilistico, annuncia un grande piano di risanamento e rende la GM “dipendente” dai programmi del governo, ad esempio nella politica energetica e ambientale. Lo stesso ha fatto Sarkozy che ha ottenuto la liquidazione della dirigenza della Peugeot e vietata la delocalizzazione.

            Se il capitalismo non sarà più quello di ieri, che cosa sarà? C’è poco da scegliere. Le prospettive sono tre: o lo Stato o il mercato o una forma di economia mista. Il mercato senza regole è morto; il collettivismo è stramorto. Avremo il paradosso della statizzazione del capitalismo operata non da Lenin o Palme ma da “lor signori” dell’establishment? O si realizzerà una forma di collaborazione tra Stato (sovrano) e mercato?

            Cito ancora l’Economist, tempio del liberismo: “Manifestamente l’opinione pubblica appoggia la regolazione statale” (n. 8, 2009, p. 58): il titolo di copertina del numero è “The collapse of manufacturing”.

            La parola “nazionalizzazione” trova difficoltà sulla bocca dei capitalisti soprattutto dei turbocapitalisti. Ma è la parola giusta. Se ne riparlerà quando la crisi sarà superata.

            Non c’è nulla di sicuro sullo sbocco della crisi, a causa della sua gravità. Leggo la prosa di Monti sul Corriere della Sera del 22 marzo 2009: c’è una battaglia urgente – scrive – che viene trascurata: contro gli eccessi e la crescita delle diseguaglianze tra paesi e nei paesi. Monti cita uno studio dell’ Economist Intelligence Unit: 95 dei 165 paesi studiati sarebbero “a rischio alto o molto alto nei prossimi due anni”. E i rischi vengono dalla globalizzazione (Monti non ne è stato un alfiere?). Purtroppo “gli Stati hanno sempre meno risorse per assistere coloro che soffrono dalla globalizzazione…I poteri pubblici hanno a lungo assistito passivi agli eccessi del mercato e della finanza. Dinanzi a quella avanzata hanno ritirato, disarmato lo Stato. E se non recupereranno la capacità di contenere le diseguaglianze, gli Stati saranno in gravi difficoltà di fronte alle pesanti conseguenze della crisi”. Si paventa la rivoluzione? E dov’è Lenin? Ancora più esplicito Strauss-Kahn: “La crisi farà salire le tensioni sociali. Una minaccia che potrà sfociare, in alcuni casi, in una guerra” (Corriere della Sera, 24 marzo 2009). E’ il direttore del Fondo monetario internazionale che scrive quelle parole.

 

 

 

Le prospettive

            Partiamo da due dati: 1) il denaro pubblico diventa prevalente nel capitale delle imprese; 2) l’impresa privata non è dunque più “guidata” dalle regole cieche del mercato. Sulla copertina di Newsweek tempo fa è uscito il titolo “Siamo tutti socialisti”. Evidentemente la ricapitalizzazione statale di imprese “capitalistiche” non realizza il socialismo come lo immaginiamo noi. Però ci sono dei mutamenti culturali che pongono le questioni in modo nuovo. Il dilemma Stato o mercato è superato e si pone diversamente: Stato e mercato. Teniamo da parte le teorie riformiste del socialismo da Bernstein a Rosselli, da Palme a Bad Godesberg. Teniamo conto di un solo punto. Se lo Stato contribuisce in modo determinante alla sopravvivenza e allo sviluppo dell’impresa non può certo disinteressarsi della vita e della politica dell’impresa: obbiettivi produttivi, investimenti, salari, dipendenti, ecc. Ed in parte è quello che fanno in particolare gli Stati Uniti e la Francia. E se è lo Stato che orienta l’impresa, lo Stato risponde ai suoi azionisti che sono gli elettori.

            Questo è un punto fondamentale: lo Stato – nelle forme pubbliche più varie: agenzie, comitati e controlli d’azienda, pubbliche consulenze – orienta la vita economica, sulla base di un mandato ottenuto dai cittadini e attraverso organismi partecipati. E certamente il mercato è la bussola sulle preferenze dei consumatori e lo strumento più efficace ed economico di produrre e distribuire nei campi suoi propri. E’ la bussola, non il timone. Il timone è nelle mani dello Stato e il mercato, nei settori in cui prevale il profitto, è lo strumento neutrale di intervento, è uno strumento sussidiario, funzionale al servizio dei fini decisi dallo Stato. Insieme ad altri strumenti pubblici, semipubblici, privati, dalle cooperative al volontariato.

            Se questa è la nuova “ideologia” del capitalismo essa riguarda noi socialisti molto da vicino: perchè, anche se la cosiddetta sinistra non se ne è accorta, essa è simile alla “ideologia” del socialismo riformista che guarda allo strumento dell’intervento pubblico non nel piano, ma prevalentemente nel mercato. Il punto di partenza sta nella distinzione tra fini e mezzi. Nella logica pura del liberismo il mercato individua i fini, cioè le cose da produrre e appresta il mezzo; la concorrenza è stimolata dal profitto. Nella logica del socialismo riformista è il cittadino che sceglie i fini. Il fine è il regno della democrazia e della politica; il mercato è il luogo della tecnica e dello scambio.

            A costo di ripetermi torno al caso Obama-industria automobilistica. La quale ha scelto di produrre un certo tipo di auto (Suv ecc.) per ricchi. La crisi ha fatto crollare questo mercato. Obama si impegna a salvare le imprese a condizione che le auto siano di piccole dimensioni, a basso consumo energetico e poco inquinanti. Da questa decisione politica è nato l’accordo Chrysler-Fiat e la ripresa del mercato. La scelta e gli obbiettivi sono pubblici, dello Stato, lo strumento è il mercato.

            Che cosa porteranno nel mondo le conclusioni del G20 è presto per dirlo, anche se nei commenti più autorevoli non vi è grande ottimismo. E’ significativo, però, che le parole chiave sono state non “globalizzazione”, “deregulation”, ma “governance”, “regole”, “cooperazione”.

 

°°°

 

            Nel 1997 la Fondazione Nenni ha discusso un progetto di nuovo socialismo con importanti contributi tra i quali quelli di Giolitti, di Bobbio. Il testo era astratto perchè dominante era l’ideologia liberista. Oggi quel testo può essere calato nella realtà di un liberismo sconfitto e stimolare la ripresa della ricerca del dibattito nella sinistra per un nuovo socialismo all’altezza dei tempi. Ma la sinistra si è accorta della crisi per le sue drammatiche conseguenze, ma non ha minimamente riflettuto sulle positive prospettive della rinascita del socialismo che la crisi apre. Si direbbe che Giavazzi ed Alesina hanno convinto la ex sinistra comunista con la loro opera “Il liberalismo è di sinistra”: ovviamente di questa “sinistra”.

            Ho proposto a Covatta un sottotitolo “Il socialismo è morto, viva il socialismo!”. Se non si impegna la rivista fondata da Pietro Nenni chi si batterà per far rinascere una grande idea tornata di attualità?

 

                                                                                  Giuseppe Tamburrano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Dalla sera alla mattina non vale più il principio di fondo dell’Occidente, ovvero il libero mercato….Proprio coloro che fin ora avevano rifiutato con veemenza ogni intervento statale, dalla sera al mattino si sono convertiti: si stanno trasformando da neo-liberali in socialisti statalisti, almeno per quanto riguarda singoli punti”: cito Ulrick Beck dal Corriere della Sera del 5 novembre 2008.

            E’ così. Poco tempo prima che la crisi cominciasse a rivelare la sua gravità – sono passati solo pochi mesi – la grande maggioranza della pubblicistica e della politica esaltava le “magnifiche sorti e progressive” del mercato senza regole e della globalizzazione. Nei paesi più poveri, specie dell’Africa sub-sahariana si registravano: aumento generalizzato dei redditi, riduzione delle fame, della miseria, della mortalità infantile, incremento dell’igiene, della scolarità, della sicurezza, elevamento degli standard di libertà e di democrazia. Questi processi, assistiti da “elaborate” statistiche e precisi indici, davano ragione al solito Fukuyama: “la storia è finita” col crollo del comunismo, il mondo è ora unipolare, a modello unico, quello del mercato americano, globalizzato: e unico è il pensiero liberal-liberista. Per anni il guru di Tony Blair ha dettato legge: e la legge era: “Il socialismo in quanto tale è un progetto sepolto in quanto si basava sull’idea che un’economia regolata potesse sostituire i meccanismi di mercato…un termine privo di senso”. Così scriveva il “socialista” Anthony Giddens,  mentre Tremonti che socialista non è sosteneva che è privo di senso un mercato senza regole.

            Vi erano anche altre statistiche di segno diverso: oltre alle celebrazioni del capitalismo globalizzato dei seminari di Davos, vi era la denuncia del Global Forum. Vi erano i fallimenti dei vari programmi ONU, come il Millenium round che fissava al 2015 il dimezzamento della povertà nel mondo. E vi erano le opere di agguerriti scrittori controcorrente da Beck a Stiglitz, Amartia Sen, Yunus, Gallino, Reich…

            Ma il pensiero dominante, se non unico, era quello: il mercato sovrano e la globalizzazione deregolata trionfano.

            A tale pensiero sono stati convertiti i più antichi e incalliti avversari del capitalismo, i comunisti, che dalla fede nel collettivismo sono passati, senza un momento di riflessione, alla fede nel liberismo. Curiosamente racconta di questa conversione Michele Salvati sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 in un articolo dal titolo significativo: “Ritorno a sinistra”, nel quale, tra l’altro, giustamente osserva che la sinistra non si può presentare come la “salvatrice” del sistema perchè ha accettato in pieno il liberismo “con l’entusiamo che solo un neofita può provare” e non può quindi pretendere di dire: “l’avevo detto io”.

            Altrettanto curiosamente, chi si è tirato fuori per primo dall’altra parte  è stato l’intellettuale ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, colui che aveva esaltato la finanza creativa.

            Non intendo soffermarmi sui fattori della crisi sulla quale ha sicuramente inciso la bolla dei subprime. Ma in sostanza la causa più profonda è stata la “finanza creativa” che si è rivelata distruttiva, ed è stata messa alla gogna in vetrina dalle retribuzioni da capogiro intascate dai tanto celebrati manager anche sulle ricapitalizzazioni con i soldi dei contribuenti erogati per salvare l’impresa dal crac da loro provocato, come nel caso più noto, ma certo non unico, dell’AIG. Al paragone i tanto suo tempo bistrattati manager – i boiardi – delle Partecipazioni statali italiani sembrano monachelle.

            Le conseguenze sono devastanti: imprese finanziarie che sembravano indistruttibili sono crollate: due nomi americani – oltre a AIG – fra tanti: Lehman Brothers, Merrill Lynch; sono stati salvati  dallo Stato colossi come la General Motor (ricordate il Presidente Eisenhower:” quello che va bene per General Motor va bene per l’America”); la gravissima crisi edilizia (per i subprime); l’aumento della povertà, delle diseguaglianze e specie della disoccupazione; la forte diminuzione del reddito globale (in continua revisione al ribasso: mentre scrivo al -4,3%): sono fenomeni che, con diversità nazionali, investono tutto il mondo produttivo.

            La globalizzazione è in ritirata: Gordon Brown parla di “deglobalizzazione”. I capitali emigrati rientrano a casa; si privilegiano i prodotti domestici: “buy american”; si riducono le delocalizzazioni; cresce la discriminazione verso i lavoratori immigrati; sui venti Paesi del G.20,  diciassette praticano il protezionismo. E tutto ciò è particolarmente grave in Europa, che è piuttosto un”concerto” di nazioni che una “Comunità”, nella quale ognuno fa ormai a modo suo, e come potenza economica e politica rischia di retrocedere dietro la Cina: non per nulla si parla ormai di G.2: USA e Cina più che di G.8.

            E che cosa possono attendersi i paesi poveri se non una ulteriore riduzione degli aiuti dai paesi ricchi? E che fine faranno i grandi progetti mondiali di energia verde, di riduzione dei gas inquinanti?

            Sulla crisi della globalizzazione nessuna voce è più autorevole dell’Economist. La copertina del n. 6 del 2009 recitava: “Il ritorno del nazionalismo economico” e a pag. 9 nel “leader” si legge: “La globalizzazione sta soffrendo il suo più grosso rovescio nell’era moderna”.

            E veniamo ai rimedi che sono disparati, anzi “disperati”. Interessante, prima di tutto, è la sede in cui si apprestano: non le organizzazioni economiche e finanziarie, il F.M.I, il WTO, la Banca mondiale. No, le terapie si discutono in “casa d’altri”, una casa guardata fin ora con ostilità e tenuta alla larga: i governi, i Parlamenti, lo Stato. Il mercato ha abdicato alla sua sovranità e lo scettro è passato nelle mani pubbliche. Questa si che è una rivoluzione culturale, una rivoluzione “copernicana”. Dalla quale occorre prendere le mosse per capire gli scenari presenti e futuri.

            Le cifre dell’intervento pubblico confermano la svolta epocale. Non sono riuscito a quantificarle, anche perchè, a parte quelle approvate dal Congresso americano, le altre sono “in ballo”. Ma per restare agli Stati Uniti, il dato che sembra certo è  il 12% del PIL impegnato nella ricapitalizzazione delle imprese finanziarie e industriali e nella caccia ai titoli tossici (con il concorso del capitale privato). Migliaia di miliardi di dollari. Alcuni senza peli sulla lingua definiscono queste operazioni come “nazionalizzazioni”. Si può sottilizzare, tra azioni ordinarie, azioni privilegiate, obbligazioni, ma la realtà è che queste imprese, afferrate sull’orlo del baratro, circondate dalla sfiducia del cliente e investite dalla collera dei cittadini difficilmente potranno restituire quegli enormi capitali pubblici e tornare ad essere quelle di prima. Come ha scritto il Times un mondo è finito e non tornerà più.

            Sulla “nazionalizzazione” surrettizia di grandi imprese finanziarie non ci sono dubbi. Che vocabolo usare per definire il rapporto tra il governo americano e la General Motors? Obama licenzia il capo del colosso automobilistico, annuncia un grande piano di risanamento e rende la GM “dipendente” dai programmi del governo, ad esempio nella politica energetica e ambientale. Lo stesso ha fatto Sarkozy che ha ottenuto la liquidazione della dirigenza della Peugeot e vietata la delocalizzazione.

            Se il capitalismo non sarà più quello di ieri, che cosa sarà? C’è poco da scegliere. Le prospettive sono tre: o lo Stato o il mercato o una forma di economia mista. Il mercato senza regole è morto; il collettivismo è stramorto. Avremo il paradosso della statizzazione del capitalismo operata non da Lenin o Palme ma da “lor signori” dell’establishment? O si realizzerà una forma di collaborazione tra Stato (sovrano) e mercato?

            Cito ancora l’Economist, tempio del liberismo: “Manifestamente l’opinione pubblica appoggia la regolazione statale” (n. 8, 2009, p. 58): il titolo di copertina del numero è “The collapse of manufacturing”.

            La parola “nazionalizzazione” trova difficoltà sulla bocca dei capitalisti soprattutto dei turbocapitalisti. Ma è la parola giusta. Se ne riparlerà quando la crisi sarà superata.

            Non c’è nulla di sicuro sullo sbocco della crisi, a causa della sua gravità. Leggo la prosa di Monti sul Corriere della Sera del 22 marzo 2009: c’è una battaglia urgente – scrive – che viene trascurata: contro gli eccessi e la crescita delle diseguaglianze tra paesi e nei paesi. Monti cita uno studio dell’ Economist Intelligence Unit: 95 dei 165 paesi studiati sarebbero “a rischio alto o molto alto nei prossimi due anni”. E i rischi vengono dalla globalizzazione (Monti non ne è stato un alfiere?). Purtroppo “gli Stati hanno sempre meno risorse per assistere coloro che soffrono dalla globalizzazione…I poteri pubblici hanno a lungo assistito passivi agli eccessi del mercato e della finanza. Dinanzi a quella avanzata hanno ritirato, disarmato lo Stato. E se non recupereranno la capacità di contenere le diseguaglianze, gli Stati saranno in gravi difficoltà di fronte alle pesanti conseguenze della crisi”. Si paventa la rivoluzione? E dov’è Lenin? Ancora più esplicito Strauss-Kahn: “La crisi farà salire le tensioni sociali. Una minaccia che potrà sfociare, in alcuni casi, in una guerra” (Corriere della Sera, 24 marzo 2009). E’ il direttore del Fondo monetario internazionale che scrive quelle parole.

 

 

 

Le prospettive

            Partiamo da due dati: 1) il denaro pubblico diventa prevalente nel capitale delle imprese; 2) l’impresa privata non è dunque più “guidata” dalle regole cieche del mercato. Sulla copertina di Newsweek tempo fa è uscito il titolo “Siamo tutti socialisti”. Evidentemente la ricapitalizzazione statale di imprese “capitalistiche” non realizza il socialismo come lo immaginiamo noi. Però ci sono dei mutamenti culturali che pongono le questioni in modo nuovo. Il dilemma Stato o mercato è superato e si pone diversamente: Stato e mercato. Teniamo da parte le teorie riformiste del socialismo da Bernstein a Rosselli, da Palme a Bad Godesberg. Teniamo conto di un solo punto. Se lo Stato contribuisce in modo determinante alla sopravvivenza e allo sviluppo dell’impresa non può certo disinteressarsi della vita e della politica dell’impresa: obbiettivi produttivi, investimenti, salari, dipendenti, ecc. Ed in parte è quello che fanno in particolare gli Stati Uniti e la Francia. E se è lo Stato che orienta l’impresa, lo Stato risponde ai suoi azionisti che sono gli elettori.

            Questo è un punto fondamentale: lo Stato – nelle forme pubbliche più varie: agenzie, comitati e controlli d’azienda, pubbliche consulenze – orienta la vita economica, sulla base di un mandato ottenuto dai cittadini e attraverso organismi partecipati. E certamente il mercato è la bussola sulle preferenze dei consumatori e lo strumento più efficace ed economico di produrre e distribuire nei campi suoi propri. E’ la bussola, non il timone. Il timone è nelle mani dello Stato e il mercato, nei settori in cui prevale il profitto, è lo strumento neutrale di intervento, è uno strumento sussidiario, funzionale al servizio dei fini decisi dallo Stato. Insieme ad altri strumenti pubblici, semipubblici, privati, dalle cooperative al volontariato.

            Se questa è la nuova “ideologia” del capitalismo essa riguarda noi socialisti molto da vicino: perchè, anche se la cosiddetta sinistra non se ne è accorta, essa è simile alla “ideologia” del socialismo riformista che guarda allo strumento dell’intervento pubblico non nel piano, ma prevalentemente nel mercato. Il punto di partenza sta nella distinzione tra fini e mezzi. Nella logica pura del liberismo il mercato individua i fini, cioè le cose da produrre e appresta il mezzo; la concorrenza è stimolata dal profitto. Nella logica del socialismo riformista è il cittadino che sceglie i fini. Il fine è il regno della democrazia e della politica; il mercato è il luogo della tecnica e dello scambio.

            A costo di ripetermi torno al caso Obama-industria automobilistica. La quale ha scelto di produrre un certo tipo di auto (Suv ecc.) per ricchi. La crisi ha fatto crollare questo mercato. Obama si impegna a salvare le imprese a condizione che le auto siano di piccole dimensioni, a basso consumo energetico e poco inquinanti. Da questa decisione politica è nato l’accordo Chrysler-Fiat e la ripresa del mercato. La scelta e gli obbiettivi sono pubblici, dello Stato, lo strumento è il mercato.

            Che cosa porteranno nel mondo le conclusioni del G20 è presto per dirlo, anche se nei commenti più autorevoli non vi è grande ottimismo. E’ significativo, però, che le parole chiave sono state non “globalizzazione”, “deregulation”, ma “governance”, “regole”, “cooperazione”.

 

°°°

 

            Nel 1997 la Fondazione Nenni ha discusso un progetto di nuovo socialismo con importanti contributi tra i quali quelli di Giolitti, di Bobbio. Il testo era astratto perchè dominante era l’ideologia liberista. Oggi quel testo può essere calato nella realtà di un liberismo sconfitto e stimolare la ripresa della ricerca del dibattito nella sinistra per un nuovo socialismo all’altezza dei tempi. Ma la sinistra si è accorta della crisi per le sue drammatiche conseguenze, ma non ha minimamente riflettuto sulle positive prospettive della rinascita del socialismo che la crisi apre. Si direbbe che Giavazzi ed Alesina hanno convinto la ex sinistra comunista con la loro opera “Il liberalismo è di sinistra”: ovviamente di questa “sinistra”.

            Ho proposto a Covatta un sottotitolo “Il socialismo è morto, viva il socialismo!”. Se non si impegna la rivista fondata da Pietro Nenni chi si batterà per far rinascere una grande idea tornata di attualità?

 

                                                                                  Giuseppe Tamburrano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commenti dei lettori

  • Lorenzo scrive:

    Non capisco perché guardare sempre all’estero per capire come stanno le cose…

    Già nel 2005 noi del Centro Sandro Pertini - CE.S.P. di Roma (www.centrosandropertini.it sezione Convegni) analizzammo il problema delle delocalizzazioni e proponemmo il libro “Per un mondo privo di guerre e di fame” le cui conclusioni, però, per quanto mostrate a esponenti del centrosinistra rimasero inascoltate.

    A partire dal 2007 individuammo la realtà delle “bolle” e della crisi internazionale, in tre convegni tentammo di divulgare le nostre contromisure proponendo un innovativo modello di politica economica, un adattamento del modello rosselliano alla realtà attuale.

    Pubblicammo tutto questo nel libro “New Economy & Socialismo” (vedi liblab dei mesi scorsi).

    Purtroppo, nonostante l’apprezzamento ricevuto da esponenti del mondo accademico, il modello sembrerebbe troppo futurista per essere ben compreso dall’attuale e più diffusa cultura economica e politica!

    Oggi vi diciamo che la famosa montagna di dollari stipata nelle casseforti cinesi servirà a questi ultimi per finanziare non gli USA (che ne rimarranno ben al di fuori della mischia, loro possono…) ma l’Europa! Così come è già avvenuto in Canada da parte dei cinesi e in Inghilterra da parte degli Emirati, l’Europa sarà il punto di transito e di confronto tra le economie USA da un lato e Cina dall’altro, il tutto sarà condito dai quasi 100.000 giovani ingegneri sfornati dalle Università indiane che si confronteranno col residuo intellettuale europeo (l’India è in procinto di una crescita più forte di quella cinese, fortunatamente per noi al momento sono un po’ troppo poveri!).

    In pratica molte industrie e realtà produttive europee (immobili, negozi, strutture produttive, ecc.) cambieranno padrone ma l’Europa non otterrà i benefici economici previsti perché tutto questo servirà solo al rientro del capitale USA il quale, in questi ultimi 10 anni, è stato la base di sviluppo della Cina.

    Cosa fare? Rileggiamo insieme “New Economy & Socialismo” e vediamo quali proposte possiamo utilizzare nell’immediato. Lasciamo perdere gli strateghi economici d’oltralpe e d’oltremare perché non è detto che le loro idee siano migliori delle nostre. E’ tutto da dimostrare!

    Saluti.

    rolo7@tiscali.it

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