DISCUSSIONI LIBERALI  : apriamo uno spazio di discussione tra i liberaldemocratici.

 

Riteniamo opportuno aprire uno spazio di discussione all’interno del mondo di quei liberali che, pur approdando a posizioni e conclusioni diverse nell’ambito dell’attuale opposizione, comunque combattono una comune battaglia per la difesa della democrazia.

Le opinioni, i commenti, le proposte che qui sotto vengono riportate, ovviamente, riflettono il pensiero degli autori, e possono essere o meno condivise.

 

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ENRICO LECIS COCCO-ORTU, 27-04-2009.

 

L’ “OPPOSIZIONE” LIBERALE DI NAPOLITANO AL REGIME DISPOTICO-POPULISTA NEL QUALE BERLUSCONI STA TRASCINANDO L’ITALIA.                  

 ·        Berlusconi vince soprattutto perché manca un’opposizione liberale.

 ·        Il PD non è un’opposizione né liberale né credibile.

 ·        Oggi l’unica “opposizione” liberale tenta di farla impropriamente il Presidente Napolitano.                                   

 

            Berlusconi subdolamente e di fatto sta stravolgendo le Istituzioni liberali del nostro Paese e sta trascinando l’Italia in un regime dispotico-populista foriero di sventure. Solo un’opposizione liberale sarebbe in grado di contrastare questo progetto e di spostare in misura necessaria il consenso dei ceti medi e moderati (la gran parte del Paese) da Berlusconi e da questo centro-destra all’opposizione liberale, appunto. Ma un’opposizione liberale in Italia non c’è e pare che si faccia di tutto per non farla esistere.

 

            Dobbiamo saperne prendere atto. Nell’impossibilità oggettiva di far esistere un partito liberale in un sistema maggioritario, è fallito pure il nostro progetto di dare anche un’ “anima” liberale prima alla “Margherita” e dopo al “Partito Democratico”.

 

            Certo, in parte è dipeso dalle nostre incapacità storiche ad essere uniti, ad organizzarci e a fare proselitismo e iscritti per competere alla pari con altre componenti politiche nei Congressi degli attuali grandi partiti contenitori (prima la “Margherita”, adesso il PD); ma in gran parte è anche dipeso dal fatto che gli oligarchici gruppi dirigenti ex PPI ed ex DS, potenti ed assai più organizzati di noi, in effetti non hanno voluto dare visibilità e spazio ad una minimamente significativa presenza di esponenti liberali negli organigrammi del Partito ai vari livelli, perché in effetti (come si è visto e si vede dai loro discorsi ed atti e dalle loro varie posizioni ed iniziative politiche) non intendono apparire e forse neanche essere in parte sostanzialmente liberali. Tant’è che adesso in prossimità delle elezioni Europee, costretti a collocarsi in una delle tre grandi famiglie politiche continentali ( PPE – Liberali e Democratici – PSE ) pare abbiano oramai scelto definitivamente di stare con i Socialisti del PSE.

 

            Così il PD, guidato da un gruppo dirigente con le idee confuse, caratterizzato da molti personalismi conflittuali ma allo stesso tempo chiuso e arroccato con la necessità di conquistare e preservare il proprio potere politico fine a se stesso, risulta privo di una sua identità ed è incapace di fare ed anche solo di rappresentare una vera opposizione democratica alla deriva populista ed illiberale rappresentata da Berlusconi e dalla sua maggioranza di Centro Destra.

 

            Quindi il dramma di questo nostro disgraziato Paese è che oggi, di fronte a questa Destra che  con il suo leader e padrone paradossalmente si dichiara “liberale” mentre contro i basilari principi del Liberalismo pian piano va travolgendo le Istituzioni tipiche dello Stato liberale, non esiste e non riesce ad esistere una qualunque opposizione liberale. E’ una situazione talmente drammatica ed è tanto vera al punto che, in mancanza di una anche minima  voce di dissenso liberale, il Presidente della Repubblica ex comunista Napolitano si è sentito costretto a far sentire lui, forte e chiara, forzando il suo ruolo e i limiti dei suoi poteri e quindi servendosi impropriamente dell’autorevolezza della più alta carica dello Stato, quella voce di opposizione critica liberale che i veri liberali in Italia purtroppo non sanno o non sono in condizione di far sentire.

           Napolitano, in occasione della “Biennale della democrazia” a Torino, ha ammonito che “va tenuta ferma la validità e la irrinunciabilità delle principali Istituzioni del Liberalismo, concepite in antitesi ad ogni dispotismo”……. “cioè la garanzia dei diritti di  libertà (in primis di pensiero e di stampa), la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche, oltre alla rappresentatività del Parlamento, all’indipendenza della Magistratura e al principio di legalità” ed ha sottolineato che deve esistere un “senso dei limiti che non possono essere ignorati nemmeno in forza dell’investitura popolare, diretta o indiretta, di chi governa” …… “così come vanno rispettate le Istituzioni di controllo e di garanzia, dalla Consulta al ‘potere neutro’ del Quirinale, che non dovrebbero mai formare oggetto di attacchi politici e di giudizi sprezzanti o essere viste come elementi frenanti del processo decisionale”…….ed ha rilevato che  se certo è legittimo rafforzare il Governo e lavorare per legiferare meglio, non per questo è lecito sacrificare sull’altare della governabilità, in funzione di decisioni rapide, perentorie e definitive, la divisione dei poteri”…….. “per nulla” , ha concluso, “non c’è, sul piano democratico, alternativa al confrontarsi, al combinareascolto, mediazione e decisioni al giungere alla sintesi con la necessaria tempestività, ma senza sacrificare i diritti e l’apporto della rappresentanza” .

 

ENRICO LECIS COCCO-ORTU 27-04-2009

 

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INTERVENTO DI MARIO GEROLIMETTO, IN RISPOSTA A MICHELE SALVATI.

                                                                                                                     

 

      Venezia, 25 giugno 2009

 

Egregio Prof. Salvati       

 

Ho letto il suo articolo apparso sul Corriere del 18 giugno “La ricetta liberale per la sinistra: in Italia una strada difficile.” Come sempre mi accade di fronte ai suoi suggerimenti in fatto di libri, leggerò il saggio di Salvatore Biasco “ Per una sinistra pensante.”

Di fronte alle conclusioni del saggio che, stando al suo articolo non appaiono ottimiste, vorrei chiederle se lei pensa che uomini e partiti che non appartengono alla tradizione liberale possano applicare ricette liberali.

Lei cita Giavazzi e Alesina: bene, ricordo che i due predetti, nella primavera del 2007 pubblicarono un libro dal titolo“Bye Bye Europa” nel quale si magnificavano le sorti dell’economia USA davanti all’inevitabile declino del modello renano prevalente nel Vecchio Continente con la lodevole eccezione dell’Inghilterra che seguiva il modello americano.

Eppure già nel 2007 tutti coloro che non erano obnubilati dal mito del fondamentalismo del mercato, sapevano verso quale disatro andasse l’economia americana, a causa dei meccanismi della deregolamentazione.

Ho appena finito di leggere sul feuilleton della Suddeutsche Zeitung del 18 giugno un lungo articolo dedicato all’economista Hyman Minsky e al suo libro “ Wie man eine instabile wirtschaft stabilisiert” dove finb dal 1986 si anticipavano gli esiti di una economia senza regole iniziata da Reagan sotto la pressione ideologica della destra repubblicana e tanto cara ai fautori di un mercato senza regole.

Molti anni fa sono stato allievo di Paul Samuelson grande economista e politicamente un liberale. Ricordo, per aver sempre seguito i suoi scritti, che egli ha svolto una critica serrata al modello economico della destra reaganiana e non ha esitato ad additare F.A. Von Hajek e Milton Friedman quali cattivi maestri e responsabili della tempesta che si è lentamente addensata finoa deflagrare nell’autunno del 2008.

Il caso vuole che sia stato un socialista, Blair ad appiattirsi sulle formule provenienti dagli USA e a trasformare Londra in una sorta di bisca finanziaria che ha contagiato tutta l’Europa.

I liberali inglesi ( parlo di coloro che aderiscono al partito liberale) sono sempre stati molto critici verso Blair al quale tra l’altro imputavano l’infelice scelta della guerra in Iraq, e verso la sua infatuazione per il modello economico e sociale thatcheriano.

Saggezza che derivava dalla tradizione? Keynes?

E’ possibile che la GB sia alla vigilia di una ripetizione a parti invertite di ciò che accadde nel 1924. Per i laburisti non sarebbe una eclisse ma un tramonto.

Mutatis mutandis gli stessi concetti si possono estendere alla Germania.

Il presidente della FDP Guido Westerwelle mette sul banco degli imputati gli undici anni della gestione Schoeder Merkel durante i quali le banche locali hanno importato titoli tossici per 1200 miliardi di Euro, contravvenendo non solo ai principi della buona gestione ma anche alla legge come comprova la causa in corso contro la Hamb. Sparkasse.

A partire dal 1949 la FDP è stata al governo per 48 anni più di ogni altro partito tedesco e a tale presenza Westerwelle attribuisce il buon governo della Germania.

Poiché è probabile che a Settembre Westerwelle occupi un importante ruolo nel governo federale lo storico Heribert Prantl, autorevole commentatore della SZ gli ha chiesto se il suo ruolo sarà politico o piuttosto quello di custode dell’ortodossia liberale.

Westerwelle ha risposto esaltando i suoi predecessori da Th. Heuss, a Dahrendorf, a Genscher.

L’eclisse della socialdemocrazia, per dirla con il titolo di un recente saggio di Giuseppe Berta da lei commentato è legata agli errori del gruppo dirigente laburista. Blair ha creduto nell’ideologia dell’ordine spontaneo, ignorando forse che Hayek non credeva nella democrazia e che Milton Friedman si è sempre definito un conservatore.

Sterlina svalutata, banche fallite industria dimezzata servizi scadenti: molti laburisti pensano che era meglio il vecchio Callaghan.

In Germania la SPD  ha tentato di dare delle risposte ai problemi della moderna società tedesca, ma il congresso di Amburgo del 2007 si è concluso con una risoluzione che ricolloga il partito a prima di Bad Godesberg.

Se tale risoluzione non verrà revocata sarà impossibile la partecipazione socialista a futuri governi, quale che sia l’abilità manovriera di Steinmeyer e Muntefering.

 

Negli Stati Uniti il Presidente Obama, può prospettare al paese un fitto programma di rinnovamento in quanto ha vinto le elezioni, sostenuto da un partito che ha maturato in se principi liberali che derivano da una lunga esperienza intellettuale e politica da Dewey a Wilson a Roosevelt a Rawls a Dahl a Samuelson e che coloro che occupano cariche elettive non possono abbandonare pena la rivolta dei loro militanti.

A questa tematica accenna l’articolo di Kupchan che appare sulla stessa pagina del suo.

Le riforme volte a ricondurre l’economia di mercato entro un quadro legislativo certo e a introdurre nel sistema americano quella che Rawl chiamava la giustizia redistributiva non sono solo convincimenti personali del Presidente ma sono richieste che derivano da un partito rappresentato da un robusto complesso di sindaci, governatori, deputati e senatori.

Per concludere le ricette liberali che peraltro devono essere estese a tutti i campi della vita sociale da quello bioetico, a quello dei diritti civili della scuola e della sanità, hanno probabilità di essere applicate laddove esistono partiti liberali determinanti sia al governo che all’opposizione.

Infine non si possono spacciare per riforme liberali concezioni ideologiche tanto care a politici e commentatori di destra che oggi tacciono o si travestono, ma che sono stati gli alfieri dell’attuale crisi.

Con i più cordiali saluti

 

Mario Gerolimetto

 

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Ottime davvero le considerazioni di Mario Gerolimetto.

E’ storicamente triste che si debbano spendere continuamente parole per ripetere concetti che ai liberali sono noti da cent’anni. Ma l’usurpazione dell’etichetta di liberale compiuta soprattutto dalla destra italiana ci obbliga a farlo. Forse sarebbe ora di raccogliere le sparse membra e, fin che abbiamo ancora forze e libertà di parola, cercare di riunirci e dissipare una volta per tutte questo equivoco. Forse è venuto il momento di far capire all’opinione pubblica, se ancora raggiungibile attraverso media sempre più impermeabili, che il progressismo è per sua natura liberale e il liberalismo per sua natura progressista. Che il reaganismo e il thatcherismo non hanno nulla a che fare con il liberalismo. E via dicendo.

Cordiali saluti.

 

Vincenzo Ferrari

 

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Complimenti a Gerolimetto. Evidenzia, chiaramente e incisivamente, gli equivoci storici e semantici, gli stravolgimenti intenzionali o frutto di ignoranza che in Italia condannano il Liberalismo ad essere vittima di generale incomprensione, di usurpazioni e di ingiuste avversioni, e quindi praticamente a non esistere, sia sul piano politico ma anche su quello culturale, non consentendo alla cultura e al ceto politico progressisti del nostro Paese di ispirarsi ad esso per costruire finalmente e far crescere anche in Italia una società autenticamente libera democratica.

      Ma  tali pur ottime considerazioni, giuste e più che condivisibili,  resterebbero lettera morta se poi i veri liberali non sapessero trarne le dovute conseguenze in termini di impegno sia culturale che politico.  E dice bene a tale proposito l’amico Vincenzo Ferrari che commentando “le ottime considerazioni” di Gerolimetto,  ci sollecitaa comprendere che, pertanto, sarebbe ora di raccogliere le “sparse membra” e, fin che abbiamo ancora forze e libertà di parola, di cercare di riunirci e dissipare una volta per tutte questo equivoco,e impedire l’usurpazione dell’etichetta di liberale compiuta soprattutto dalla destra italiana “.

     E’ quanto anch’io vado ripetendo continuamente in ogni occasione, mi rendo conto e me ne scuso, fino forse ad annoiarvi.  E ,visto che ci sono, lo ripeto nuovamente.

    I veri liberali devono promuovere autonomamente (fuori dal PD che vuole essere socialista e non vuole dare spazio ai liberali, e neanche ai “liberal”) la loro esistenza politica attraverso una vasta convergenza di tutti i gruppi, le associazioni, i partitini e le tante personalità, liberali o liberaldemocratici, che oggi o sono in “sonno” o si agitano confusamente nell’area riformista del centro sinistra, senza alcuna incidenza o influenza significative né in campo politico né in campo culturale. Ciò per dar vita ad un “movimento liberale” per la creazione di un soggetto politico liberale all’interno dell’ Internazionale Liberale e del Partito Liberale e Democratico Europeo, alternativo alla Destra e nell’area riformista. Solo dopo aver acquisito così una sufficiente forza e consistenza tale nuovo soggetto Liberale Democratico sarebbe in grado di costruire una alleanza politica con il PD e con le altre forze riformiste del Centro Sinistra.

 

Con amicizia

                                                               

Enrico Lecis

 

     

 

—– Original Message —–

From: Vincenzo Ferrari (vincenzo.ferrari)

To: Associazione per la Democrazia Liberale

Sent: Saturday, June 27, 2009 10:58 AM

Subject: Re: Fw: lettera

 

Vincenzo Ferrari


 

 

 

 

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